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Entrare nella Stanza 101 per costruire il mondo nuovo

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di Giorgio Arconte – Gramsci individuò nella crisi «quel momento in cui il vecchio muore ed il nuovo stenta a nascere» e mai parole più appropriate possono essere usate per descrivere la fase storica che stiamo attraversando.
Alle nostre spalle, infatti, giace un mondo ormai morto, quello della modernità con le sue ideologie. Davanti a noi, invece, si presenta un futuro che ancora è tutto da costruire mentre i nostri piedi poggiano sulle incertezze e le inquietudini di questo passaggio critico da un’epoca all’altra. È stato così quando la Storia ha visto l’avvicendamento della Civiltà classica con quella cristiana (più comunemente chiamata Medioevo), e ancora fra quest’ultima e la Civiltà moderna appena superata. Non si esagera quando si dice che stiamo vivendo un momento epocale e straordinario nonostante tutte le agitazioni che necessariamente comporta, anzi bisogna avere coscienza di tutto ciò perché chi sbaglia storia sbaglia anche cultura, sbaglia politica, sbaglia tutto.
Che fare allora? Bisogna costruire il nuovo mondo! Non sappiamo se ci riusciremo, non sappiamo quale sarà il risultato ma dobbiamo essere persuasi che se una storia è finita ciò non vuol dire che sia la Storia ad essere finita. La Storia continua, con o senza il nostro impegno, e con il rischio già paventato dallo storico svizzero Gonzague de Reynold di «cadere nelle caverne post-storiche, e lì vegetare, ridotti allo stato di semplici fattori della produzione», pertanto occorre cominciare ad equipaggiarsi.
Il primo strumento in dotazione deve essere lo sforzo nella ricerca di categorie e grammatiche nuove, aderenti alla realtà piuttosto che all’ideale, per leggere ed interpretare le novità del mondo nascente, intervenire su di esso, e comunicare con la gente. Comunicare non è cosa semplice perché è il risultato di un processo binario che presuppone sempre un ritorno. Se il nostro interlocutore non ci capisce, qualsiasi sforzo, benché bello, resterà inutile e fallimentare. Le fondamenta del mondo nuovo si costruiscono, appunto, dal basso perciò sarà fondamentale riuscire a coinvolgere, e a lasciarsi coinvolgere, dalla gente comune, quella che incontriamo tutti i giorni.
Fare cultura, infatti, non vuol dire scrivere libri e ricercare citazioni ma costruire quelle categorie per il discernimento sulle quali orientare la nostra vita ed influenzare quella di un’intera Civiltà. Anche per questo nella comunicazione non bisogna tralasciare la suggestione, ovvero la capacità di coinvolgere emotivamente la gente. La forza di ogni idea e di qualsiasi movimento è sempre determinata dal sentimento.
Il secondo attrezzo nella nostra cassetta è la capacità di mettere il passato alle spalle. Nel senso che sul passato dobbiamo poggiare le nostre spalle per riuscire a sopportare il peso del presente con tutte le sue le preoccupazioni e le sue inquietudini, e così poter sostenere lo sguardo verso il futuro. È, infatti, in questo ponte fra passato e presente che si riconosce una identità con la propria comunità.
La prima identità da recuperare per entrare nel mondo nuovo è quella della concezione cristiana dell’Uomo. Fra le tante contraddizioni che il mondo moderno non è stato capace di risolvere, e che oggi creano una delle più grandi agitazioni, è quella di aver ridotto l’essere umano ad individuo, ovvero a mero meccanismo del processo consumistico. L’essere umano, però, è più di un qualcosa: è persona, è qualcuno. Per questo il mondo appena superato, pur avendo con le sue ideologie conferito all’individuo tutti i diritti possibili, di contro ha abbandonato la persona a tutte le seduzioni.
L’individuo è stato “liberato” ma allo stesso tempo è stato lasciato solo, incapace di godere e di usare tanta libertà. Voler continuare a isolare la persona e a “disintermediarla”, indebolendo se non annientando in primis la famiglia, la religione ed il lavoro, significa continuare ad abbandonare un soggetto debole, l’individuo, nelle morsa di soggetti forti quali lo Stato, il Mercato, la classe, la razza, l’umanità stessa.
Principalmente su queste considerazioni si muove la nostra “Stanza 101”, per costruire le fondamenta del mondo nascente ed appoggiandoci ad un’estetica nuova e aderente alla realtà vissuta. Nell’immaginario orwelliano, infatti, chi si macchia dello psicoreato è condannato ad essere torturato con le proprie fobie nella Stanza 101. Allo stesso modo oggi chiunque manifesti dissonanza rispetto alla “dittatura del pensiero unico” viene tacciato, diffamato e delegittimato con le peggiori fobie sociali: xenofobo, razzista, populista, omofobo, etc… Entrare nella Stanza 101 significa essere impertinente, ovvero avere uno spirito critico e ribelle capace di rivelare il carattere totalitario di una società illusionista dove il nulla ed il relativo sono l’unica soluzione. Come scriviamo nella nostra presentazione, il «politicamente corretto non calza più alle nuove generazioni che hanno voglia di gridare e di allontanarsi da quel partitismo che ha devastato tutto e tutti, che ha obliato la coscienza e la cultura nel nome di un cosmopolitismo mai accettato e mai condiviso […] Impertinente, infatti, vuole dire negare quel sincretismo culturale e filosofico che vuole tutto simile e uguale, ha il preciso significato e la perfetta rappresentazione di chi oggi tenta di salvare l’esistenza che non sia costituita da formule, ma esempi, senza cadere nella demagogia e nel materialismo che il mondo massificante vuole creare».
Essere impertinente, quindi, è la fascinazione per chi, davanti alle macerie del nichilismo, vuole stilare un dizionario del pensiero forte col quale cominciare a scrivere le pagine di una nuova storia.
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