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Cultura

Contro il dramma della banalizzazione. Lo “sguardo sintetico”

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di Luigi Iacopino – Ormai è uno dei drammi peggiori della cultura contemporanea con la quale, nolenti o volenti, bisogna fare i conti. Figlia (forse) illegittima della semplificazione ma figlia (sicuramente) legittima del relativismo, la banalizzazione si presenta quasi in modo intellettuale.
Tanto per intenderci, esiste un pensiero, ma lo si riduce all’osso attraverso sofismi e astrattezze che fanno dello slogan e delle frasi fatte il tentativo di compendiare quella che sembrerebbe una riflessione approfondita ma che, in realtà, è l’operazione di categorizzazione e liquefazione del ragionamentoMa davvero la banalizzazione deve essere il risultato obbligato della semplificazione o, per essere più chiari, di un processo di sintesi? Davvero l’ultima roccaforte del pensiero, prima della sua capitolazione definitiva, deve essere la rinuncia alla logica e alla ragione – riprendendo un concetto ben espresso nella celebre commedia “Idiocracy” – per approdare alla mediocrità? In quel film – dove il protagonista si trova costretto a dover spiegare come l’acqua sia necessaria alla crescita delle piante – il livello di intelligenza medio scade a livelli talmente bassi da mettere a rischio persino la sopravvivenza del genere umano. In realtà sarebbe bene svegliarsi dal torpore in cui siamo caduti e tentare di reagire.
Il metodo (o sguardo) sintetico non per forza deve condurre alla semplificazione che puzza di banalizzazioneTommaso d’Aquino, uno dei più illustri esponenti della scolastica, propone un metodo per la nostra intelligenza che si fonda su quella capacità di sintesi intesa come comprensione, come prendere insieme, nel complesso, indagando l’ordine (naturale e reale) delle cose, senza che questo complesso venga negato, tradito o contraddetto.
Un metodo che è diretto a enucleare in modo sintetico (nel suo caso la dottrina cristiana), nella consapevolezza che la differenza tra mentalità analitica  e mentalità sintetica, sebbene realmente esistente, non sia comunque assoluta. Un pensiero solo analitico distrugge i contenuti e non capisce, un pensiero solo sintetico prende tutto insieme ingarbugliando i contenuti ed è confusionario. La soluzione è diversa, perché diversa deve essere la prospettiva. La sintesi è il compimento dell’analisi, l’analisi termina con la sintesi: l’una presuppone l’altra. In altre parole, la conclusione è, si, sintetica ma la sintesi senza analisi porta a quell’opera di semplificazione banale che distrugge i contenuti, non consente di comprendere e determina la perdita del pensiero e della conoscenza.
Il metodo tomistico, fondato sul binomio sintesi-analisi, è quindi un metodo per esercitare l’intelligenza. Un metodo che non è molto in sintonia con la società smart dei tweet e degli slogan sentimentalisti, delle categorie opportunistiche e di una cultura che si accontenta di restare in superficie perché è consapevole che andare in profondità significherebbe ammettere lacune, contraddizioni e sconfitte. Ma se le cose sono effettivamente complicate, vince l’intelligenza brillante che, spiegandole, riesce a togliere le pieghe, a fare sintesi, rifiutando ogni tentazione banalizzante che camuffa la realtà magari per spianare la strada alle ideologie o a interessi di varia natura.
Di esempi ce ne sono tanti. Liberismo economico, consumismo e immigrazione, come anche ideologia gender, matrimoni e adozioni gay, hanno portato con se slogan di ogni tipo, senza mai entrare nel merito: dai vecchi “viva il libero mercato” e “autodeterminazione del corpo” ai nuovi “siamo cittadini del mondo”, “serve solo l’amore”, “love is love”, tanto per citarne alcuni.
Il percorso è sempre lo stesso: non si scende mai nel merito, non si levano mai le pieghe, non si ma fai nulla per far diradare la nebbia culturale che offusca la vista e annebbia il pensiero. Niente di più errato. L’orizzonte da seguire è quello che getta la boccata d’aria necessaria a far diradare questa nebbia, ossigenare i polmoni e valorizzare la spiegazione diretta a superare questi (e altri) slogan che, rifiutando ogni analisi, banalizzano fenomeni complessi e delicati. Un spiegazione che consenta di vedere la novità nascosta dalle pieghe, svelando, come detto, l’ordine (naturale e reale) delle cose. Per fare questo è ovviamente necessario adottare un linguaggio nuovo e strategico, ma questa è un’altra storia.
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