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Aborto e questioni etiche: adesso è in gioco la libertà d’espressione

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di Luigi Iacopino – Le vicende degli ultimi giorni hanno ampiamente dimostrato che il confine tra campagne sui temi etici, come #stopaborto lanciata da CitizenGO Italia, e le battaglie in difesa della libertà d’espressione, spesso, sia effettivamente molto labile. La faccenda dei manifesti romani parla da sé o, meglio, si fa guardare sè.
Il manifesto <L’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo>, con il quale si intendeva avviare, seppur in modo provocatorio, una seria e opportuna riflessione sulla pratica dell’interruzione della gravidanza, ponendo sotto la lente di ingrandimento il fallimento della legge 194 sull’aborto, ha allarmato la polizia del pensiero unico chiamata a punire lo “psicoreato”. Un messaggio analogo, peraltro, era stato espresso anche da un altro manifesto, quello di ProVita Onlus, <Sei qui perché tua mamma non ha abortito> apparso anche in diverse città, oltre che nella Capitale.
Senza troppe spiegazioni, il risultato è stata la rimozione, un atto liberticida che ha messo inevitabilmente in discussione una  delle libertà fondamentali dell’uomo garantite dalla Costituzione. Non un pezzo di carta qualunque, non una ferita da curare con qualche punto di sutura. La questione è delicata.
A quarant’anni di distanza dall’introduzione della legga sull’interruzione della gravidanza, la notizia interessante è che la coscienza di buona parte del popolo italiano si è, infine, risvegliata ma ha dovuto inevitabilmente fare i conti con la muraglia dell’ideologia ipocrita di una certa parte della cultura italiana che pensava di poter dominare indisturbata non solo il dibattito pubblico ma anche le dinamiche politiche, oltre che la sfera privata. Si dirà, giustamente, che le dinamiche politiche sono (anche) influenzate dai processi economici, ma questo è il caso in cui quattrini e cervelli si incontrano con l’intento di convolare a nozze. Già, perché, ad esempio, quando si tenta di giustificare culturalmente (e umanamente) l’utero in affitto (altrimenti detto in neolingua “gestazione per altri”) non si riescono a nascondere il fiume di denari che deriverebbe – e, in parte, già deriva – dalla quella che, in definita, è una compravendita di bambini.
E se c’è chi si oppone alzando il dito per dire: <signori, qui c’è qualcosa che non torna>? La categorie ideologiche attraverso le quali imbavagliare pensieri e coscienze sono tante e facili da usare. Come facile da usare è la strategia delle paure da sventolare per zittire l’altrui opinione. Ma è quando la tensione intellettuale si rivela insufficiente, è quando le argomentazioni sono difficili da contestare, che i sacerdoti (e la sacerdotesse) del pensiero unico sfoderano le armi risolutive: censura, minacce e intimidazione nei confronti di chi difende la vita dal concepimento alla morte naturale, ivi compreso il diritto alla cura volutamente confuso con il diritto alla guarigione. Una censura, quella che ha portato alla rimozione dei manifesti, quasi legale, ammantata di buoni sentimenti e condita dal solito odioso politicamente corretto. Una minaccia a tratti velata, a tratti manifesta, come quella che ha colpito Filippo Savarese, cofondatore del Comitato “Difendiamo i Nostri Figli” e direttore delle campagne di CitizenGO Italia, espressa nella scritta “Eutanasia per Savarese”, apparsa su un muro del quartiere Nomentano di Roma, dove vive. I promotori, tuttavia, assicurano non solo il rifiuto della resa ma anche la volontà di intraprendere  nuove iniziative a difesa della vita.
Il prossimo appuntamento è per sabato 19 maggio a Roma, in piazza della Repubblica, in occasione della “Marcia per la vita”, per lanciare la nuova campagna contro l’aborto, sintetizzata nello slogan “I diritti civili nascono nel grembo materno” (compresi peraltro anche quelli delle femministe che tacciono sulle condizioni delle donne in altre parti del mondo, ndr). Il messaggio è chiaro: non è possibile rivendicare nessun diritto civile – vero o presunto – se prima non si riconosce il diritto alla Vita di tutti contro l’ideologia abortista. Ma adesso è in gioco anche la libera espressione del pensiero.
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