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Il cinismo radical-choc di Albinati contro Salvini

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di Luigi Iacopino – È quasi mezzanotte, la giornata volge al termine, la stanchezza si fa sentire e non è entusiasmante commentare le parole di Edoardo Albinati che, senza nulla togliere al “suo realpolitik”, chiudono il cerchio magico del cortocircuito intellettualoide del poco credibile perbenismo italiano.
Uno vorrebbe chiudere la giornata con un bel pensiero, una bella immagine suggestiva, un buon libro o magari una preghiera e, invece, si ritrova a veder girovagare nella propria mente il faccione sorridente, ma poco simpatico, di un tipo che Wikipedia definisce come “scrittore, traduttore e sceneggiatore italiano”.
Il buon Edoardo, come se nulla fosse, ha detto che <devo dire, con realpolitik di cui mi sono anche vergognato, ieri ho pensato, ho desiderato che morisse qualcuno sulla nave Aquarius. Ho detto: adesso, se muore un bambino, io voglio vedere che cosa succede per il nostro governo>.
Che dire di queste parole agghiaccianti? La decisione di Matteo Salvini, neo ministro dell’Interno, di non ricevere la nave Aquarius e chiudere i porti (clicca qui), ha fatto aumentare la lista dei “non amici” del leader leghista che si è guadagnato una mole non indifferente di insulti di ogni tipo. Ma, al di là di questo, a prescindere da come andrà a fine il contratto tra Lega e Movimento 5 Stelle, la nascita del governo giallo-verde ha comunque un merito. Quale? Quello di avere smascherato, ben oltre i singoli casi specifici, le note ipocrisie e pericolose frustrazioni che nelle ultime ore hanno di nuovo regalato all’opinione pubblica la possibilità di sperimentare la follia qualunquista del perbenismo buonista italiano. Quelle supercazzole mentali – i lettori mi scusino – spacciate per cultura che, navigando senza la “bussola” del buon senso comune, affogano sommersi dal peso della loro inutilità ideologica. Pensieri alla deriva nell’oceano della superficialità che si fa disumano cinismo e che affondano, trascinando idealmente con se anche i corpi dei poveri malcapitati che avrebbero dovuto soddisfare il macabro desiderio di morte.
Non si è fatta attendere la replica del numero uno del Carroccio che ha censurato le parole della “vergogna”.
Pensieri inqualificabili, quelli di Albinati, sia nella forma che nella sostanza, che dimostrano, generalmente parlando, come in un batter d’occhio gli appelli alla democrazia e alla pace, alla tolleranza e al pluralismo, rischino di trasformarsi in finzione, in una recita triste che rievoca negativamente la dimensione delle maschere pirandelliane. È forse quel cortocircuito intellettualoide che traghetta quel poco credibile buonismo nella palude della doppia morale. È la sceneggiatura che la (non) cultura radical-chic – che qui assume i contorni  del cinismo “radical-choc” – ci ha imposto di “ammirare” quotidianamente, nascosta tra il politicamente corretto e le partigianerie contorte e opportunistiche che sacrificano tutto sull’altare del relativismo nichilista che ci circonda. Una dimensione mortuaria, sia fisica che mentale, che rischia di uccidere lo spirito e annichilire la morale.
Basta, abbiamo dato ad Albinati fin troppo spazio, superando abbondantemente la mezzanotte. È l’ora di ricacciarlo fuori dai nostri pensieri per consegnarlo all’oblio che meritano sia lui che le sue folli parole e l’inutile cultura che rappresenta.
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