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Lì… ove l’impertinenza non è antitesi all’umana virtù

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di Giuseppe Fontana – Un aspetto insito in ogni forma di società risiede nel ruolo primario che occupano le convenzioni sociali. La rilevanza di queste ultime emerge, con tutta la propria forza, anche innanzi al rapporto che si instaura tra collettività ed ordine costituito.
Del resto, la legittimazione del potere, l’efficacia del Diritto e conseguentemente l’ordine interno, traggono proprio origine dalla congruenza risultante tra valori di riferimento, regole sociali e regole giuridiche. Possiamo dunque affermare che è proprio il basso livello di discrasia, in seno a questo delicato corollario, a consentire ad ogni forma di agglomerazione umana la sopravvivenza. La reazione alla violazione, e la violazione stessa di suddette norme, ha come conseguenza tipologie di sanzioni, su base dicotomica positiva/negativa, diversificate e spesso in antitesi tra loro. Difatti, nessuna norma giuridica assumerebbe valore reale se non fosse accompagnata da una convenzione sociale che ne riconoscesse non solo la legittimità, bensì la coerenza con la filogenesi culturale della società di riferimento.
Se ne dedurrebbe che talune convenzioni sociali, possano essere facilmente ricondotte all’affermarsi di forme di “resistenza” scaturite innanzi all’arroganza di un diritto positivo non inclusivo di determinate istanze, la cui origine è il vero motivo dello scontro culturale che caratterizza la società odierna. Tali resistenze,difatti sempre più marchiate come “impertinenze”, non possono semplicisticamente essere ricondotte al solo frutto di un rigurgito reazionario i cui natali, stando a parere degli “immanenti relativisti”, sarebbero da attribuirsi a una atavica ignoranza, frutto di una precedente ideologia, da sconfiggere a suon di indottrinamento forzato. Noi, da uomini liberi quali siamo, differentemente da chi propone ed impone un arrembante quanto nichilista materialismo, non poniamo la “Dea ragione” e l’Homo oeconomicus a somme guide di un’umanità che sempre piu’oggi si mostra timorosa nel divenire cio’che è nata per essere!
Parte delle attuali problematiche che affliggono la società moderna, traggono proprio origine dall’arrogante proposito di voler annichilire qualsiasi forma di “resistenza” dotata di pensiero libero, ed avente una scala dicotomica di valori/disvalori in cui l’elemento trascendente sia ivi presente.
Tale arroganza ideologica, strutturata sotto forma di “dittatura del pensiero unico”, è contrassegnata da una ambigua venerazione rivolta al culto dell’umanità, la quale pero’ viene paradossalmente denudata di quell’intelaiatura spirituale intrinseca all’uomo stesso. Ergo, ciò che risulta evidente, è il tentativo di disintegrare l’essenza stessa dell’essere umano, con il recondito scopo di renderlo maggiormente malleabile e permeabile ad una imposizione culturale esule da radici di riferimento di alcun genere.
Appare quindi evidente che, per siffatta ideologia, ad essere rilevante non sia la realtà, bensì ciò che dalla realtà possa essere estrapolato e modificato alfine di renderla idonea al nuovo apparato ideologico. E’ quindi il concetto di “ideale”, la cui base risiede nella tangibilità del “reale”, a regredire a pura ideologia. Quest’ultima, basando la propria sopravvivenza sull’occultamento della realtà, necessita di una perpetrazione e difesa della menzogna stessa, attraverso l’imposizione forzosa del “pensiero unico”. Esso, difatti, senza codesta impalcatura, tesa all’occultamento dell’inganno, crollerebbe fatalmente come un castello di sabbia.
La finalizzazione risulta esser chiara. Essa è orientata a desensibilizzare, relativizzare, pauperizzare e trasformare l’essere umano in una “macchina apatica” dedita esclusivamente al consumo di beni a basso costo, prodotti a loro volta da eserciti industriali di riserva. In questo contesto, tutto ciò che dona spazio ad un richiamo valoriale, è inteso come minaccia al sistema stesso e, per tale motivo, bollato come tracotante e meritevole del crimine di apostasia ideologica.
L’infausta scena, che parrebbe estrapolata da un romanzo di Tolkien, purtroppo, con il trascorrere dei lustri, si tramuta sempre più in un qualcosa verosimilmente associato alla realtà in cui (soprav)viviamo oggi. Una realtà in cui le libere voci vengono apertamente osteggiate, scacciate, punite e relegate a gogna sociale con impresso sopra il marchio dell’impertinenza!
Innanzi all’impertinenza anche la libertà di espressione, in seno ad un sedicente Stato democratico, viene soppressa attraverso l’emanazione di atti normativi tesi ad impedire la manifestazione di un libero pensiero poiché difforme da quanto dettato dallo “Stato etico”ivi regnante.
Ai benpensanti però è anche doveroso ricordare che fu proprio l’impertinenza della fionda stretta tra le mani del piccolo Davide, a procurar sconfitta e morte al gigante Golia.
Oggi, ad ergersi sopra le menzogne dei potenti vi è l’impertinenza del vero! Risulterebbe estremamente semplicistico, in riferimento ad un’ ottica marxista, classificare tale impertinenza culturale quale banale frutto di una tensione interna, creata dalla disparità tra il nuovo sistema produttivo in evoluzione e l’ideologia del precedente sistema che ancora persiste. Ergo, la nascita e l’affermarsi di tali resistenze culturali, non va certamente rintracciata in congiure o in manipolazioni mediatiche di alcun genere. Molto più banalmente essa rappresenta il sempre piu’ persistente urlo recondito che, dalle viscere della coscienza degli uomini liberi, si innalza con sempre maggior slancio alla ricerca di una “spiritualità” per troppo tempo negata. Una sete troppo spesso osteggiata e repressa, e che non può a lungo termine ardere sotto fredde e spesse ceneri con la vana speranza che ivi non divampi nuovamente.
Si Deus pro nobis, quis contra nos?
Dal nostro canto, la certezza di rappresentar il vero e il giusto, fa leva anche sulla notevole mole di paradossi e contraddizioni che si innalzano sul campo avverso al nostro.
E’ infatti innegabile che essi, se da un lato non accusano alcuno sdegno nel promuovere la perpetrazione di assassinii legalizzati ai danni di inermi “feti”, dall’altro non perdono occasione nell’affrettarsi a tutelare qualsiasi “diritto” riguardante il mondo animale, ivi compresa la corretta tecnica, normativamente regolamentata, della deiezione canina.
Si ergono a sommi difensori del proletariato, ma allo stesso tempo, di concerto ed in combutta con le grandi multinazionali, accondiscendono e pianificano la mobilitazione e la deportazione” turbo capitalistica” di un esercito industriale di riserva proveniente dai paesi più sottosviluppati del pianeta. Difatti impedendo così l’affermarsi del primo diritto riservato ad ogni essere umano, e cioè quello di poter vivere degnamente sulla terra dei propri padri salvaguardandone e tramandandone usanze, cultura e tradizioni millenarie.
Tronfie “femministe” che si affrettano, da un lato, a tacciar di oscurantismo e sessismo le Chiese tradizionaliste, salvo poi tollerare ed ergersi a somme legulei di esotiche culture e religioni che, nei fatti, oltre a dedicarsi all’oppressione di interi popoli, riducono vergognosamente la donna al pari di una bestia da soma, se non addirittura per uso esclusivo di monta.
Quando l’arroganza è pari solo alla smisurata superbia, si giunge ad oltrepassare anche il limite più radicale del concetto di immanenza. Appare così chiaro ed evidente che il tentativo di attuazione della Stepchild adoption altro non sia che un goffo e marcato tentativo teso a sovrastare e a sostituire quella Natura rea di aver osato ostacolarne biologicamente l’imposizione ideologica.
Ne possiamo dunque desumere che, siffatta battaglia impertinente, che trae linfa dal tradizionalismo, ancor prima di definirsi uno scontro sul piano dei contenuti culturali, sia essa stessa un conflitto in cui la coerenza delle proposte, in seno ad un divenire sociale, rappresenta il primo vero livello di preminenza e di legittimazione della stessa. E’ proprio la forza della coerenza ad imporci, più che a suggerirci, una scelta di campo radicale. In una società malsana, decadente ed in rovina, tra le cui macerie si aggirano lerce iene ed immondi sciacalli, ergersi a gattopardi diviene un imperativo di fronte al quale nessun cuore veramente nobile potrà esimersi. Le asperità del cammino che innanzi a noi inesorabilmente si profilano, non ci desteranno dalla nostra quiete poiché il nostro sangue non ci appartiene.
Del resto, il Conte de La Rochejaquelein, Henri du Vergier, ci ricorda che “E’ tipico della plebe combattere quando si è certi della vittoria; è prerogativa borghese farlo quando si possono capovolgere le sorti di una battaglia; è solo di un élite aristocratica combattere quando tutto sembra perduto, nella certezza di fare il proprio dovere”
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