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Migranti: la Chiesa non sposa il moralismo di Saviano

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di Giorgio Arconte – In questi giorni, orde di benpensanti si stanno affannando a sventolare pagine di Vangelo per predicare l’accoglienza dei migranti e per denunciare moralmente chiunque continui a sostenere le scelte del neo governo gialloverde e del ministro Salvini in merito alla vicenda Aquarius.
Si potrebbe definire questo atteggiamento come un tentativo di terrorismo psicologico. Eppure, tutti questi predicatori così zelanti sono gli stessi che, quando si parla di famiglia naturale, matrimonio gay, aborto, eutanasia, utero in affitto, sono pronti a mettere al rogo il Vangelo e ad accanirsi contro la libertà d’espressione dei cattolici. Questa contraddizione non deve stupire: la menzogna non può essere coerente. Tra l’altro, nemmeno in materia di immigrazione è possibile associare l’insegnamento della Chiesa cattolica, fondato sul Vangelo, con la volontà del cosiddetto pensiero unico più volte denunciato anche da Papa Francesco. Già, perché – checché ne dicano Repubblica e tutto il giornalismo di regime, sempre pronti a tirare l’attuale Pontefice per la mantella estrapolando solo parti di suoi discorsi per storpiarne il messaggio a loro piacimento – Papa Francesco nei suoi interventi, insieme ai giusti e profetici appelli all’accoglienza dei migranti, ha sempre affiancato un atteggiamento di realpolitik che invita alla prudenza ed alla misura. Prendiamo giusto due delle tante citazioni che si possono fare.
La prima è tratta dal discorso di Bergoglio al Forum Internazionale Migrazioni e Pace del 21 febbraio 2017: «La promozione umana dei migranti e delle loro famiglie comincia dalle comunità di origine, là dove deve essere garantito, assieme al diritto di poter emigrare, anche il diritto di non dover emigrare, ossia il diritto di trovare in patria condizioni che permettano una dignitosa realizzazione dell’esistenza». Questo estratto può essere riformulato anche nel famoso slogan “aiutiamoli a casa loro”.
La seconda citazione è ancora più decisa ed è tratta dal viaggio di ritorno del Pontefice dalla Svezia il primo novembre 2016: «Cosa penso dei Paesi che chiudono le frontiere: credo che in teoria non si può chiudere il cuore a un rifugiato, ma ci vuole anche la prudenza dei governanti: devono essere molto aperti a riceverli, ma anche fare il calcolo di come poterli sistemare, perché un rifugiato non lo si deve solo ricevere, ma lo si deve integrare. E se un Paese ha una capacità di venti, diciamo così, di integrazione, faccia fino a questo. Un altro di più, faccia di più. Ma sempre il cuore aperto: non è umano chiudere le porte, non è umano chiudere il cuore, e alla lunga questo si paga.
Qui, si paga politicamente;  come anche si può pagare politicamente una imprudenza nei calcoli, nel ricevere più di quelli che si possono integrare. Perché, qual è il pericolo quando un rifugiato o un migrante – questo vale per tutti e due – non viene integrato, non è integrato? Mi permetto la parola – forse  è un neologismo – si ghettizza, ossia entra in un ghetto. E una cultura che non si sviluppa in rapporto con l’altra cultura, questo è pericoloso». Parole di una chiarezza ineluttabile e che, in bocca ad una persona comune verrebbero subito tacciate come razziste e perseguitate come tali. Ma additare Papa Francesco come razzista sarebbe troppo grottesco persino per i sacerdoti del pensiero unico che, quindi, preferiscono censurarlo.
Questi due brevi estratti di Bergoglio, ci aiutano a sfatare un mito, o una fake news, e a ricentrare la questione migranti sul piano della realtà ma anche sul piano del buonsenso. Bisogna anche precisare che il Pontefice non dice nulla di nuovo ma si pone in perfetta continuità con il Magistero della Chiesa, e non potrebbe essere altrimenti visto che il Papa rappresenta l’unità dell’immutabile insegnamento della Chiesa cattolica. Giusto per offrire una definitiva controprova, nel “Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa”, al numero 298 possiamo leggere che «Le istituzioni dei Paesi ospiti devono vigilare accuratamente affinché non si diffonda la tentazione di sfruttare la manodopera straniera, privandola dei diritti garantiti ai lavoratori nazionali, che devono essere assicurati a tutti senza discriminazioni.
La regolamentazione dei flussi migratori secondo criteri di equità e di equilibrio è una delle condizioni indispensabili per ottenere che gli inserimenti avvengano con le garanzie richieste dalla dignità della persona umana. Gli immigrati devono essere accolti in quanto persone e aiutati, insieme alle loro famiglie, ad integrarsi nella vita sociale. In tale prospettiva va rispettato e promosso il diritto al ricongiungimento familiareNello stesso tempo, per quanto è possibile, vanno favorite tutte quelle condizioni che consentono accresciute possibilità di lavoro nelle proprie zone di origine».
Insomma, i vari moralizzatori alla Saviano si mettano l’anima in pace: la Chiesa cattolica non sta dalla loro parte.
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