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#IlCentenario | Dove vai se l’antifascismo non ce l’hai?

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#IlCentenario | Dove vai se l’antifascismo non ce l’hai?

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di Antonio Giuseppe D’Agostino – In tempi ibridi come questi che stiamo vivendo, è fin troppo facile citare Pier Paolo Pasolini e la sua lettera ad Alberto Moravia per spiegare perché il fascismo resta e resterà sempre un termine su cui dibattere al di là di ogni sterile speculazione.
Il tentativo odierno, tipico di quei pensieri sinistri che vivono solo di sterili ‘pregiudizi positivi”, di fascistizzare tutto in chiave negativa non trova appiglio in una società che è stanca della “fabula” raccontata dai vari “Inquisitori” dal pugno chiuso, che puntano il dito contro i simboli di quel passato, con alle spalle le foto di ben altri carnefici di colore rosso.
Un vano tentativo di usare una critica eccessiva verso quello che la storia definisce e che è innegabile, almeno che non si voglia usare un doppiopesismo culturale inutile per il nuovo millennio.
Sfogliando la storia e  la saggistica si può argomentare su come il fascismo non fu soltanto leggi razziali e deportazioni, non ci portò soltanto e solamente all’interno della Seconda Guerra Mondiale, ma bensì fu un movimento che va valutato all’interno di tutto il novecento e degli “ismi”che in esso nacquero.
Ad attestarlo numerose personalità, tra cui lo stesso Lenin che affermava “c’era un solo socialista capace di guidare il popolo alla rivoluzione: Mussolini. Ebbene, voi lo avete perduto e non siete capaci di ricuperarlo”.
Senza parlare di tutti quei personaggi che nel corso degli anni hanno analizzato ed evidenziato come nel campo sociale, scientifico, linguistico e infrastrutturale lo stesso fascismo fu all’avanguardia.
Per negare non basta essere autorità, bisogna essere autorevoli.
Quindi, da cosa potrebbe dipendere questa nuova caccia alle streghe? Questa continua ossessione che mira a riportare in auge un antifascismo in assenza del fascismo?
Forse la risposta si dovrebbe trovare nella perdita di senso che il comunismo ha registrato dalla caduta del Muro di Berlino in poi, dal dipanamento delle menzogne e dalla concreta realizzazione che quel “pregiudizio positivo” è privo di significato.
Da allora, la sinistra ha solo tentato di mascherare il suo vile asservimento al capitalismo, dirottando le armi della critica alla ricerca di un nemico che potesse di nuovo fare brillare questa persecuzione contemporanea in chiave “democratica”.
Quel sentirsi orfani di un ideale che presenta tutta la sua putrescente forma, spinge oggi ad adottare una neolingua fatta di simboli e tecniche che richiamano proprio a quel fascismo tanto odiato, facendo degli antifascisti i più beceri fascisti della libertà individuale e sociale.
Essere antifascisti, oggi, dovrebbe volere significare negare anche la bontà del suo antagonista: il comunismo.
Ecco, allora, che le parole di Pasolini risuonano come un monito e l’antifascismo altro non è se non  “un’arma di distrazione che la classe dominante usa su studenti e lavoratori per vincolare il dissenso. Spingere le masse a combattere un nemico inesistente mentre il consumismo moderno striscia, si insinua e logora la società già moribonda”.
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