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#IlCentenario | Corporativismo e socializzazione ai tempi del sovranismo

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#IlCentenario | Corporativismo e socializzazione ai tempi del sovranismo

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di Francesco Marrara –  Il 23 marzo 1919 nacquero i Fasci Italiani di Combattimento. Cent’anni sono passati da quando Mussolini, in quel di Milano (Piazza San Sepolcro), diede vita ad un movimento che racchiudeva la sintesi delle varie istanze nazionali, popolari e rivoluzionarie provenienti dalle trincee della guerra mondiale terminata pochissimo tempo prima.
In ogni caso, aldilà della solita retorica nostalgica del “quando c’era lui…”, delle solite frasi “Mussolini ha fatto anche cose buone”, del solito “andare contro” a prescindere, tipico di una certa intellighenzia ossessionata da un possibile ritorno del fascismo, cosa è rimasto di quella esperienza che – piaccia o meno – ha segnato la storia d’Italia?
Inquadrare il fascismo nel contesto di una semplice e sbrigativa etichettatura è davvero molto difficile poiché, al contrario di quanto si possa pensare, esso fu un fenomeno eterogeneo che cercò di racchiudere varie anime nel contesto di una società fondata sull’ordine corporativo.
Il corporativismo, ponendosi come alternativa al liberal-capitalismo e al collettivismo comunista, rappresentava il definitivo superamento della lotta di classe in nome di una più alta giustizia sociale fondata sulla solidarietà e la collaborazione tra individui facenti parte di una comunità di popolo. Dunque, un messaggio più che mai attuale in quanto potrebbe rappresentare lo strumento attraverso il quale sovvertire il dominio del capitalismo usuraio e della finanza internazionale. Ecco quindi l’importanza dei cosiddetti corpi intermedi i quali, nel pieno della crisi dello stato centrale, svolgono quotidianamente quella funzione di ausilio e raccordo tra i ceti popolari molto spesso abbandonati al loro destino.
Dominio del capitale che si riversa anche nel mondo del lavoro mediante la piaga della disoccupazione, della deindustrializzazione e dell’abbassamento dei salari in nome delle logiche mercatistiche.  Per cui, una delle possibili soluzioni da attuare nel mondo delle imprese ci viene data non solo da fonti risalenti al periodo fascista, come ad esempio l’abrogato Decreto legge 375/1944, ma direttamente dalla nostra Costituzione.
L’articolo 46, disposizione mai seriamente attuata, sancisce la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende. Utopia? No, realtà ben presente sul nostro territorio nazionale. Pensiamo ai recenti casi di Albavilla (Como), Messina (Birrificio Messina), Urgnano (Bergamo), o addirittura al primo supermercato autogestito a Bologna. Questi sono alcuni degli esperimenti – seppur con proprie e relative peculiarità – in forza dei quali i lavoratori cercano di barcamenarsi in un sistema che giornalmente li vede sempre più schiavi e sempre meno protagonisti e partecipi.
Quanto esplicato in queste poche righe dovrebbe rappresentare uno stimolo in più affinché, nel prossimo futuro, il fascismo venga studiato e analizzato con serenità d’animo e senza pregiudizio alcuno. Occorrerebbe, tuttavia, che le nuove istanze sovraniste e identitarie iniziassero a fare i conti con la storia, tenendo in considerazione il fatto che da esperienze del recente passato potrebbero esserci delle risposte concrete all’annosa questione sociale. Il sovranismo dovrà assumere una marcata impronta “sociale” altrimenti rischierà di diventare un semplice fenomeno reazionario piegato alle logiche neoliberiste.
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