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Brexit, il cortocircuito democratico dei nostri giorni

Politica Estera

Brexit, il cortocircuito democratico dei nostri giorni

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Brexit di Francesco Marrara – Sulla Brexit  si è detto e si continua a dire di tutto e di più. Il 29 marzo 2019 doveva essere il giorno fatidico per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, ma alla fine non è stato così. Motivo: la mancata approvazione del Parlamento inglese dell’accordo stipulato con l’Unione Europea. Probabilmente ci sarà una “Hard-Brexit” se le parti non troveranno un punto di incontro sulla base degli accordi prefissati.
Senza volerci addentrare nelle questioni prettamente burocratiche che – alla luce delle problematiche attuali – potrebbero anche non interessare al comune cittadino, proviamo a spostare l’attenzione su altri aspetti che probabilmente non sono stati ancora presi in considerazione dall’opinione pubblica e che, pertanto, porterebbero rappresentare dei buoni punti di partenza per poter riflettere in maniera più ampia sulla questione.
Innanzitutto, un interrogativo sul quale i cosiddetti analisti non si sono mai soffermati è il seguente. La Gran Bretagna, una volta conclusi gli intoppi burocratici della Brexit, rinuncerà alle quote di partecipazione alla BCE che attualmente ammontano al 14,3374%,? (ultimo aggiornamento 1° gennaio 2019)
Secondo il mainstream più accreditato, una volta uscita dall’UE, la Gran Bretagna precipiterà nell’isolazionismo e ciò avrà ripercussioni anche in ambito economico. Ebbene, forse bisognerebbe un attimo ricordare che la Gran Bretagna – nonostante la perdita del suo grande Impero con la fine del secondo conflitto mondiale – potrà comunque contare sui rapporti che si sono consolidati nel corso dei secoli con il Commonwealth e al tempo stesso potrà intraprenderne dei nuovi con le economie emergenti dei paesi BRICS.
L’Ue ai tempi della Brexit
Ricordiamo, oltretutto, che la vocazione geopolitica della Gran Bretagna è stata – fin da tempi non sospetti – improntata verso il mondo americano e, il riavvicinamento degli ultimi giorni ne è la dimostrazione più autentica. Dunque, dai periodi difficili si può risorgere e Albione – con la sua moneta e suoi partner strategici –  ne ha tutte le carte in regola per farlo.
Punto focale della faccenda, tuttavia, è il concetto di democrazia. Considerando che la Gran Bretagna è stata da secoli additata come baluardo della democrazia, un semplice osservatore potrebbe benissimo domandarsi il perché –  a distanza di quasi tre anni dal referendum del 2016 che diede la vittoria al “LEAVE” con il 52% delle preferenze –  si debba ancora discutere e disprezzare il voto con il quale il popolo inglese si espresse,paventando addirittura la possibilità di indire un secondo referendum.
Da quel momento in poi, anche a causa di altri eventi – in modo particolare le elezioni americane ed il Referendum costituzionale in Italia – si è prontamente avviata la macchina della strumentalizzazione mediatica con la quale, di fatto, lo strumento principe della democrazia – il diritto di voto – è stato messo in discussione. È chiaro che quando è il popolo a decidere in controtendenza al volere delle élite economiche e finanziarie, il mondo politico liberal-progressista e quello mediatico si mobilitano contro gli stessi principi che quotidianamente difendono a spada tratta contro il pericolo populista e dell’eterno ritorno del fascismo.
Il perché di questo cortocircuito democratico ce lo spiega benissimo Winston Churchill il quale ebbe a dire che la democrazia è la peggior forma di governo esistente ma, al tempo stesso,  una migliore rispetto ad essa (forse, ndr.) non esiste. Vogliamo discutere sulle crepe della democrazia? Vogliamo proporre delle valide alternative? Ben venga! Ma, per favore, smettiamola di fare i democratici a corrente alternata.
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