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La nuova via della seta. L’Italia guarda a Oriente

Politica Estera

La nuova via della seta. L’Italia guarda a Oriente

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nuova via della seta
 di Giuseppe Fontana– La recente visita di Xi Jimping, con la relativa firma del Memorandum d’intesa tra Italia e Cina, ha indubbiamente suscitato variegate, quanto discusse, reazione sul panorama politico italiano e non solo. Del resto, non vi è da sorprendersi che, in considerazione del notevole peso economico e politico che sempre più assume il gigante asiatico negli equilibri mondiali, determinate agende possano risultar estremamente indigeste, soprattutto per chi vede nella Cina un competitor capace di destabilizzare gli attuali equilibri globali instauratesi all’indomani della caduta del blocco sovietico. In prima analisi, verrebbe da dire che la Belt and Road Initiative, o più comunemente definita “la nuova via della seta”, rappresenti un poderoso investimento economico -quantificabile in circa 1 700 miliardi di Dollari- capace di potenziare enormemente quegli scambi commerciali euroasiatici (ma non solo) in merito ai quali, per  il nostro Paese, non esserci rappresenterebbe di per sé un primario errore.
Del resto, risulta doveroso ricordare che, progetto alla mano, a prenderne parte pare saranno oltre 70 i Paesi che, complessivamente, rispecchierebbero rispettivamente il 65% della popolazione ed il 40% del PIL planetario. Se ne può facilmente dedurre, quanto folle possa esser dar credito a chi, invocando la banale retorica della centralità di intenti in seno all’Unione europea, ci induca a credere che gli svantaggi per il nostro Paese sarebbero di gran lunga maggiori rispetto ai possibili ritorni in termini economici.
In realtà, l’Italia, leader nel settore manifatturiero, attraverso tale intensificazione degli scambi commerciali, potrebbe facilmente intercettare, ed agevolmente inserirsi, in quella cospicua fetta del mercato cinese legata a quella famelica domanda  rappresentata dai“beni di lusso” che caratterizza la sempre più emergente  classe media del Paese del dragone. E’ proprio tale peculiarità nostrana a destare serie preoccupazioni nelle menti di taluni governi europei che, con  Macron e Merkel in testa, si sono affrettati ad accusar l’Italia di aver mostrato, in tale occasione, un atteggiamento eccessivamente campanilistico, unilaterale e scarsamente comunitario, salvo poi, paradossalmente, affrettarsi ad imitarne tempestivamente la condotta d’azione. La motivazione che sta alla base di tale atteggiamento, appare chiara ed evidente. Berlino, al pari di  Parigi, teme la centralità che Pechino riserverebbe ai collegamenti marittimi mediterranei, tutto ciò a scapito di quelli del nord Europa.
Va ricordato inoltre che, attraverso la stipulazione del Patto di Aquisgrana, l’asse franco-tedesco puntando ad una sempre più assillante e pressante egemonizzazione e controllo sulle agende politiche,economiche e sociale dell’Unione Europea,  guarda con profondo disappunto a tutte quelle iniziative “nazionali” capaci di interferire ed innescare autonome e pericolose forme autodeterminazione dei singoli popoli europei. Temendo tutto ciò, come spesso accade, i rispettivi governi di Francia e Germania, potendo contare sull’appoggio incondizionato delle prone  forze progressiste della sinistra italiana, hanno presto imbastito, grazie all’utilizzo di potenti ed onnipotenti media a loro compiacenti, una diffamante campagna di terrore nei confronti di un presunto, quanto infondato, “imperialismo cinese”.
Tutto ciò, inutile ribadirlo, finalizzato alla  destabilizzazione di quanto buono, positivo e propositivo fino ad ora intrapreso. Naturalmente, come ogni opera perseguita dall’uomo, preme ricordare quanto anche la stessa “via della seta” sia, in ambito italiano, di per sé perfezionabile. Del resto, va ricordato che se è pur vero che talune realtà portuali italiane, come ad esempio Genova e Trieste, ne uscirebbero enormemente potenziate, viceversa enormi lacune sembrerebbero emergere in riferimento all’estromissione dello strategico porto reggino di Gioia Tauro.  In conclusione, cavalcare l’indomita tigre asiatica e riuscendo al contempo a detenere le redini sulle nostre infrastrutture strategiche, potrebbe rappresentare un importante volano per la rinascita economica del nostro Paese.
# Via della seta
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