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Società Liquida. Una donna partorisce suo “nipote”

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Società Liquida. Una donna partorisce suo “nipote”

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di Luigi Iacopino – La storia è di quelle che dovrebbe fare almeno inorridire, ma il condizionale è d’obbligo nel mondo surreale in cui viviamo nostro malgrado.
Secondo quanto diffuso dai media americani, una donna di 61 anni ha messo al mondo una bambina acconsentendo alla volontà del figlio gay e del suo compagno che desideravano avere un bambino. La notizia è stata ripresa anche dal sito www.tpi.it (clicca qui).
La donna – trasformata in una madre surrogata – ha messo a disposizione il proprio utero che cosi è stato preso in “prestito” dai due. Il quadro si completa con il figlio che ha donato il liquido seminale mentre la sorella del compagno dell’uomo l’ovulo poi fecondato. La miscela è stata poi trasferita nell’utero della signora. In poche parole, la donna ha partito un bambino che è suo figlio, perché è lei che lo ha generato, ma che nel mondo surreale in cui viviamo, diventerà  il figlio di suo figlio, ovvero suo nipote
Ecco come, in poche mosse, nell’epoca del godere illimitatamente, del soddisfacimento di ogni impulso irrefrenabile e del vietato vietare, la realtà viene ribaltata inesorabilmente. E c’è chi vorrebbe far passare tutto questo come atto di bontà, amore e libertà, in nome dei diritti civili. Questo purtroppo è il risultato dell’imposizione di un pensiero unico dilagante che mortifica la capacità critica e ci induce ad accettare qualsiasi degenerazione.
Perché, al di là del caso specifico e delle parti in gioco, di questo si tratta. È una sfida soprattutto antropologa e culturale ma che ha inevitabili risvolti economici che richiamano alla nostra mente la pratica infame dell’utero in affitto. Donne in difficoltà economiche indotte ad affittare ciò che hanno di più intimo per sopravvivere in una società che trasforma le persone in cose. Dov’è la dignità delle donne?
Ma a farne le spese sono anche e soprattutto i bambini che, diventati oggetti, sono messi alla mercé della volontà del potente di turno. Il diritto ad avere una mamma e un papà finisce in soffitta. Il relativismo etico che ci sta proiettando verso il pendio scivoloso del nichilismo vorrebbe persino mettere la pietra tombale sulle figure di mamma e papà. Ma a chi fanno paura mamma e papà? A chi fa paura la famiglia come focolare domestico che sia in grado di affrontare le nuove sfide di una società sempre più precaria?
Ma non tutto è perduto. Qualcosa fortunatamente si sta muovendo. Il Congresso delle Famiglie a Verona ha avuto il merito di aver rimesso al centro del dibattito le grandi questioni antropologiche e valoriali. In questo clima surreale persino riportare sulla carta d’identità le parole “padre” e “madre”, anziché il temine neutro e fluido “genitori” diventa una passaggio significativo. Il percorso è lungo e in salita. Servirà “una flottiglia di anime che farà la riconquista”, conducendoci fuori dalla palude della tristezza, tanto per ricordare “La storia infinita”.
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