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Utero in affitto. Dalla Corte Europea una pronuncia non solo ideologica

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Utero in affitto. Dalla Corte Europea una pronuncia non solo ideologica

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di Luigi Iacopino – La notizia è di quelle destinate a inasprire un faccenda complicata: secondo la Corte Europea, infatti, un bambino nato da una madre surrogata, in un Paese in cui la pratica è consentita, deve essere legalmente riconosciuto anche nei Paesi europei in cui questa pratica, invece, non è ammessa dalla legge. Gli strumenti? Trascrizione immediata o adozione veloce. Non si tratta di una sentenza obbligatoria ma di un parere che tuttavia ha il sapore del condizionamento giuridico. E che condizionamento.
Perché, al di là del caso specifico, l’approdo di questa pronuncia sarà inevitabilmente quello di aprire la strada alla legalizzazione indiscriminata dell’utero in affitto. E con esso all’abominevole mercato dei bambini. Si, perché, se posso ricorre all’utero in affitto all’estero e ottenerne un riconoscimento in Italia, con tutte le spese del caso, non si capisce perché non ammettere la pratica anche a casa nostra abbattendo le spese. Del resto, non è forse cosi che funziona un mercato?
Proprio in virtù di queste semplici valutazioni, è chiaro che la pronuncia della Cedu non è intrisa solo di furore ideologico. Sarebbe un errore, infatti, non valutarne anche l’impatto culturale e il risvolto economico. In un’epoca di politicamente corretto – non ci stancheremo mai di dirlo – relativismo e nichilismo, unendosi civilmente, hanno partorito il loro secondo figlio: l’eticamente corrotto. Bene e male non esistono più, ogni limite viene abbattuto, qualsivoglia desiderio deve essere esaudito. Esiste solo il godimento illimitato. Ovunque. Cosi tutto perde valore per poi assumerlo “rinnovato” in base ai parametri di quel capitalismo che, diventato assoluto, ha trasformato in cose anche le persone. Bambini compresi.
Ovviamente questo percorso “creativo” deve avere solide basi ideologiche e un retroterra normativo fluido, abbattendo quello precedente o reinterpretandolo  in senso progressista. Il tutto condito dai soliti neologismi linguistici in salsa orwelliana che devono camuffare una realtà discutibile ammantandola di bontà. E cosi la madre non biologica diventerebbe la “madre intenzionale” che avrebbe con il bambino una relazione legale da riconoscere (e la relazione naturale?). Il presupposto, invece, consisterebbe nel diritto al rispetto della vita privata del bambino. Ma non solo.  Perché, come riporta un articolo de “Il Corriere”, <<il rispetto del diritto del minore viene prima della salvaguardia dai rischi di abusi connessi alla maternità surrogata>>. Interessante l’ammissione dei rischi connessi all’abuso. Il problema, però, sta nel fatto che, ammettendo il riconoscimento legale veloce, la questione abusi perde valore, venendone travolta. Sarebbe meglio vietare la pratica tout court e tutelare i veri diritti dei bambini: nascere e avere una famiglia naturale fatta da mamma e papà. Con questa pronuncia, invece, si giunge, tra l’altro, a un’accettazione culturale, peraltro estremamente superficiale.
Ma forse le cliniche che fanno quattrini non sarebbero d’accordo. Se oggi solo i cosiddetti ricchi possono accedere all’utero in affitto, domani chissà? Magari sarà possibile ordinare e comprare un bimbo in un’agenzia o in un centro commerciale, possibilmente a rate e in modo garantito. E se, nonostante tutto, il prodotto si rivelasse difettoso, magari non subito? Beh, io un televisore, se è ancora in garanzia, vado a farmelo cambiare, altrimenti faccio sostituire qualche pezzo…o lo butto. Non so voi.
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