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La battaglia delle parole

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La battaglia delle parole

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di Pasquale Morisani – Di Nietzsche è da apprezzare la poliedricità del pensiero e vi sono locuzioni che tornano alla mente nella loro ricorrente attualità. Una di queste è il provocatorio “Dio è morto”, una pennellata lapidaria che si addice perfettamente all’attuale secolo pervaso dal relativismo. In questo processo di decadenza, determinante è l’eredita del ’68 che riuscì a convertire il pensiero progressista in costumi e categorie culturali fino a definire il breviario di stili e parole che tracciano ideologicamente i confini di ciò che può essere considerato buono e ciò che invece è cattivo. Un’operazione culturale che ha proprio nell’uso delle parole una battaglia destinata a tracciare i nuovi confini delle libertà, fagocitando con il suo Leviatano ogni senso di appartenenza dell’individuo all’interno di una comunità.
In questo scenario, l’industria mediatica rappresenta lo strumento di supremazia capace di definire i margini di ciò che viene percepito come un dato reale, capaci di creare categorie di pensiero in grado di condizionare la lettura e l’interpretazione della Storia, delle Tradizioni o, anche semplicemente, di fatti od avvenimenti rappresentati al di là della loro oggettività. Si provi a pensare ad almeno tre casistiche che interessano il comune vissuto in misura più o meno percepibile. Il primo, generalizzato e raramente percepito, si concretizza allorquando ci si trova a dibattere o commentare notizie che volutamente vengono diffuse con insistenza dai mass media. Questa pervasività della notizia manifesta un potere, dai parte dei media, capace di imporre l’agenda degli argomenti che vengono selezionati ed evidenziati strumentalmente in modo da occupare totalmente lo spazio del pubblico dibattito per escluderne altri.
Una seconda prassi riguarda la mistificazione dei fatti di cui siamo a conoscenza, anche diretta, ma che ci vengono riproposti con manipolazioni che li indirizzano sino ad una parossistica alterazione della realtà. Il terzo è quello che, malauguratamente, può vederci direttamente coinvolti come parti in causa e non di rado sfocia nel linciaggio finalizzato al processo mediatico. Il tutto sul nulla, con tanto di sentenza extra giudizio che non prevede assoluzioni o ricorsi in appello. Una tecnica già ben conosciuta oltre un secolo addietro, un mantra proprio del sovietico Lenin che malignamente predicava di come una menzogna ripetuta più volte finisce con l’esser percepita alla stregua di una verità. Se si prova ad immaginare la ricaduta di questo meccanismo sincronico dei media su tutto il mondo dell’informazione, dell’educazione e dell’istruzione, allora si ha più chiara la portata di quel concetto di Cultura intesa come “la capacità di definire categorie che consentono di decodificare la realtà ed i valori che ne attribuiscono il significato”.
Dunque, un potere impressionante che agisce sui livelli di consapevolezza di moltitudini umane.Ora, senza addentrarsi  in magistrali elucubrazioni intellettuali, basterebbero queste considerazioni per rendere percepibile a ciascuno l’importanza di quella “battaglia delle parole” che un tale Giorgio Almirante lamentava come una sconfitta lacerante per la Destra (quella autentica). Tale disfatta, che consiste proprio nell’aver perso la licenza nell’uso di presìdi culturali e lessicali, continua a condannare una certa parte politica all’ ingrato e logorante dovere di dover cercare spazi e giustificazioni su ogni agire, anche nel fare animato dalla migliore delle intenzioni valoriali.
Chiunque sia realmente consapevole del vivere in Libertà, dovrà fare di questa battaglia delle parole una delle sue volontà irrinunciabili, quasi un primordiale anelito per un riscatto dalla invisibile, ma pervasiva, dittatura del pensiero unico che si pone, sotto l’egida di un falso progresso, come ghigliottina di valori identitari e solidali.
La Storia insegna che la prima forma di repressione riguarda proprio la massificazione di culture che vengono vessate dal giogo di un’informazione servile e funzionale a poteri invisibili e manipolanti.
I Gulag di questo tempo non sono resi gelidi dai venti siberiani ma infuocati da una comunicazione che mira alla desertificazione del libero pensiero. Si immagini come, utilizzando testate giornalistiche asservite, si sia ripetuto per anni che il debito di un Comune come quello di Reggio Calabria fosse di 690 milioni di €. Ma al contempo, si è sottaciuto che, a questa partita dal segno “meno”, andrebbero sottratti i 560 milioni iscritti all’attivo, segno “più”, e che la giusta risultanza sia data della differenza, “disavanzo”, pari a 130 milioni. La ripetizione del numero 690 (falsato dall’omissione aritmetica), diventa convinzione massificata a fronte del dato reale di 130 milioni, non più percepito anzi neppure registrato nell’opinione pubblica. Successivamente si provi a spiegarlo senza adeguati strumenti di informazione ed il gioco è servito: la menzogna dei 690 diviene verità.
Si provi a pensare ad un sindaco che viola ripetutamente leggi dello Stato commettendo reati e, per contro, scrivete su giornali, pubblicate libri e divulgate in convegni l’idea suggestiva che possa esistere un “reato umanitario” non perseguibile. Si noterà che, se supportati mediaticamente, si è riusciti ad instillare nella moltitudine il dubbio che forse siano le leggi ed i giudici a sbagliare, non il sindaco reo, così l’arbitrio contra legem diviene un valore da difendere.
Per cambiare esempio, si provi anche a spiegare quotidianamente a bambini che la famiglia non ha padre o madre, bensì è fondata su genitori “uno” e “due” e si veda cosa penseranno, in età adulta, della famiglia in cui sono cresciuti e magari dei loro nonni, se mai ne avranno conservato memoria.
Questa battaglia culturale, fondata su parole e messaggi mediatici, ma non meno pericolosa di un conflitto armato, abbisogna di soldati pronti alla marcia senza sosta e senza paga, sospinti da quel sentimento di giustizia e di verità che rende l’Uomo un combattente per la libertà. Un compito da ultimi romantici, un agire lontano dalle gratitudini ed a volte travisato forse perché, come scrive Marcello Veneziani, in questo tempo per rendersi antipatico basta definirsi un “intellettuale di destra”: sarai attaccato dalla quelli di sinistra che ti accuseranno di esser Fascista, e criticato da quelli di destra perché intellettuale. Ma siamo cresciuti nella consapevolezza che vi siano ideali e militanze che vanno sostenute senza pensare a riconoscimenti, a prebende, a remunerazioni o ad interessi elettorali.
Ci sono spazi dove bisogna cimentarsi, a volte come cinabri direbbe Evola, per tracciare linee di pensiero che si antepongano alla decadenza di una società tecnologicamente finanziaria ed al nichilismo epocale. Luoghi dove lo spirito e la passione politica possano aleggiare al di là di interessi contingenti, testimoniando la voglia impertinente di guardare “Oltre”, di spendere questo breve ma affascinante tempo che ci è dato vivere dedicandolo al futuro dei Figli ed alla memoria dei Padri.
Dio è Patria, solo così anche Lui tornerà a vivere.
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