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Il Salone del Libro fra Popper, Pound e Longanesi

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Il Salone del Libro fra Popper, Pound e Longanesi

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Affermare la propria idea negandola, ovvero, affermare il principio della libertà diventando intolleranti, non sembra essere proprio il miglior modo di lottare per essa. Ma forse questa modalità, oltre che vigliacca, è più semplicemente rivelatrice della debolezza o dell’inconsistenza delle proprie idee.
di Giorgio Arconte – Negli ultimi giorni il dibattito pubblico ha visto al centro dell’attenzione il “Salone internazionale del libro” che si è tenuto come ogni anno a Torino ma i cui protagonisti stavolta non sono stati i libri. Protagonisti dell’evento, invece, sono state le polemiche sollevate per la presenza di alcune case editrici con una linea sovranista ed identitaria, e dalla successiva esclusione di una di queste, la “Altaforte edizioni”. Quest’ultima notizia è stata accolta con cori di festeggiamenti da parte della sinistra progressista e sui social in tantissimi si sono improvvisati esperti filosofi con citazioni a raffica del paradosso di Popper per giustificare quello che, di fatto, è stato solo un vergognoso atto di censura.
In cosa consiste questo paradosso? In parole povere, Popper sosteneva che per salvaguardare la democrazia e prevenire il pericolo di nuove dittature, occorre essere intolleranti con gli intolleranti. Un ragionamento che potrebbe anche avere una sua logica perché non esiste libertà reale senza un limite, ma due perplessità sorgono ugualmente. La prima è la definizione di intolleranza che è tutta da chiarire: chi è l’intollerante? Non è una domanda semplice perché se l’intollerante è chiunque la pensi diversamente da me o da un gruppo organizzato, così come appare essere successo al Salone del Libro, allora il ragionamento di Popper più che un paradosso sembra una grossa e pericolosa paraculata.
Il rischio, infatti, è che la libertà, in particolare la libertà d’espressione, possa essere negata non per favorire una pluralità ma per affermare un’egemonia assolutista. A questo punto emerge la seconda perplessità, ovvero se davvero la libertà possa essere difesa negando i suoi stessi principi. In realtà è una posizione, questa, molto difficile da sostenere se non per ubriacatura ideologica dal sapore di tracotanza. Per smentire Popper ci piace usare una delle citazioni più famose di Ezra Pound il quale amava dire che “se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui”. Affermare la propria idea negandola, ovvero, affermare il principio della libertà diventando intolleranti, non sembra essere proprio il miglior modo di lottare per essa.
Ma forse questa modalità, oltre che vigliacca, è più semplicemente rivelatrice della debolezza o dell’inconsistenza delle proprie idee. Chi ha una propria visione del mondo chiara e salda non teme confronto alcuno e chi ama davvero la libertà non può fare altro che lottare affermandola nel pluralismo.
Ragionamenti forse banali ma probabilmente più coerenti di quelli di Popper e dei suoi novelli seguaci che, pieni di ingiustificata presunzione morale e culturale, sono istericamente ossessionati dal fascismo tanto da ricordare le parole di Leo Longanesi quando affermava che “Dilagano in Italia tre diverse specie di paura: quella di sembrare fascisti, quella di non sembrare abbastanza fascisti e quella di non essere antifascisti del tutto. Non resta, allora, che accettare, una volta per tutte, il fascismo come una esperienza storica da mettere in disparte. Ma quel che ci divide da molti è la scelta del luogo nel quale collocarla: noi suggeriamo il museo, altri la galera”.
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