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Vincent Lambert, è civile e dignitoso sospendere le cure?

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Vincent Lambert, è civile e dignitoso sospendere le cure?

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di Luigi Iacopino – La vita di Vincent Lambert, l’uomo tetraplegico di 42 anni, immobilizzato dal 2008 in seguito a un incidente stradale, è ormai appesa a un filo. Dal 20 maggio, infatti, saranno sospesi i trattamenti di idratazione e alimentazione e si procederà con la sedazione profonda cosi come deciso dal Consiglio di Stato francese che ha convalidato la decisione di interrompere le cure. I genitori di Lambert hanno manifestato la loro opposizione, la moglie si è sempre detta favorevole: il dramma familiare è consumato.
La mannaia giuridica della “civiltà moderna e progredita” – si fa per dire – che si è abbattuta su di lui, minaccia di soffocare ogni speranza. Ma, in fondo, è come se si volesse abbattere su tutti noi. Proviamo a capire perché. C’è un dato scientifico che riguarda l’intensità e la gravità della condizione del malato. Un dato giuridico che riguarda il ruolo del diritto. Un dato etico-antropologico, quindi culturale, liquidato spesso in modo riduttivo se non addirittura superficiale.
Il pericolo è che il solito politicamente corretto, attraverso l’arte della retorica e delle “belle parole” menzognere, ci induca ad accettare fenomeni potenzialmente pericolosi. Si legga “dolce morte”, si comprenda “eutanasia”, si legga “diritto alla dolce morte”, si comprenda “liberalizzazione dell’eutanasia”. Come nel caso di Lambert, il primo problema è capire se e quando una persona sia giunta realmente alla fine della propria vita. Senza che possa essere aiutata in alcun modo ovviamente. Troppo spesso si scarta questo dilemma annullando persino l’ipotesi dell’accompagnamento terapeutico che, con la scusa di evitare ogni forma di accanimento, conduce all’abbandono terapeutico. La confusione (evitabile con un po’ di buona volontà) non ci consente di distinguere tra due fenomeni diversi, ovvero guarigione e cura. Se la prima porta alla sconfitta della malattia, chiaramente non sempre possibile, la seconda comporta solo il prendersi cura dell’altro accompagnandolo. Non certamente alla soppressione di trattamenti essenziali perché sospendere idratazione e alimentazione non è dignitoso.
Sarebbe più onesto intellettualmente ammettere che i malati, a prescindere dalla condizione grave o meno grave, sono un peso per l’economia e la previdenza. Oppure che non rispondono ai canoni di bellezza, autosufficienza e produttività imposti dalla società dell’immagine e del consumo. E magari quando i tempi saranno maturi, ci occuperemo anche di anziani e disabili, ovvero tutti quei soggetti che non producono e non consumano. Del resto, in un mondo del genere, persone come Lambert non hanno senso, non sono utili a nulla, sono un peso. Fine della storia.
Ma c’è un altro problema. Chi stabilirà i confini di una vita degna di essere vissuta? Il diritto a morire o il dovere di far morire quali limiti incontreranno? E questi limiti come dovranno essere interpretati, in modo restrittivo o in modo espansivo? Chi prenderà la decidere e su quali presupposti? Il risultato a lungo termine sarà inevitabilmente non solo l’eutanasia, ma soprattutto la sua liberalizzazione sino a riconoscere il diritto al suicidio magari per depressione. O per gli acciacchi della vecchiaia. Che civiltà sarebbe questa?
C’è qualcosa che non va. La cultura dello scarto e dell’abbandono va combattuta e va custodita la vita che, specialmente se fragile e indifesa, è da considerarsi un bene indisponibile. Anche perché, se la vita è fragile e indifesa, la volontà può essere manipolata e indotta a considerare desiderabile ciò che in realtà non lo è. Chi sceglie la morte vive nel dramma e va accompagnato attraverso le istituzioni dello Stato e il supporto psicologico ed economico.  E va preservato il diritto alle cure appropriate in un mondo che, quando c’è da aiutare banche o comprare armi, trova quattrini schioccando le dita.
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