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Il libro. L’Italia profonda, un viaggio fra il passato ed il futuro.

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Il libro. L’Italia profonda, un viaggio fra il passato ed il futuro.

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Tornare ad abitare l’Italia profonda significherebbe soprattutto riscoprire l’orgoglio di essere italiani, che non è contrapposizione ma è appartenenza, e l’amore, si sa, è sempre creativo.
di Giorgio Arconte – L’Italia è ancora il mosaico dei “cento campanili” sparsi fra le campagne ed i monti di tutta la Penisola. Ma questa realtà che nei secoli ha determinato lo sviluppo di una Civiltà ed  il consolidamento di un’identità nazionale, negli ultimi 60 anni si sta sgretolando e, alla meglio, ne sta diventando una nostalgia. Ma pur moribondi, i tanti piccoli borghi che compongono l’ossatura del Belpaese, restano ancora pulsanti nei cuori di Franco Arminio e di Lindo Ferretti, ed in un loro recente pamphlet dal titolo “L’Italia profonda” per i tipi di Gog Edizioni.
Questo piccolo libretto si realizza in un piacevole dialogo dove i due autori cantano gli appennini italici ed i loro paesini custodi di bellezza, storia, tradizioni: «bolle liriche»secondo Arminio. Un patrimonio di immensa ricchezza ma che purtroppo viene sempre più abbandonato e dimenticato come se fosse qualcosa di cui vergognarsi. Eppure, scrive Ferretti, gli italiani non sono «nati con la Costituzione e c’eravamo, stavamo anche abbastanza bene, ben prima dell’unità d’Italia. Si dice fossimo poveri – a sottintendere che ora siamo ricchi, ricchi di che? – si dice fossimo zotici, retrogradi, asserviti alla superstizione e quindi condannati dalla storia. È falso. Sapevamo muoverci nel mondo, per quello che era, lo facevamo bene ma chi dimentica il proprio passato si ritrova occasionalmente intruso nel racconto di altri». Parole che lasciano riflettere su quali sono i reali destini alla quale ci sta portando questa società del “progresso” dove, citando sempre l’ex cantante dei CCCP, «si è verificato un brusco passaggio, totalizzante ed estraniante: da paesani a cittadini, da ora et labora a produci/consuma».
Uno stravolgimento non solo sociale ed economico ma addirittura antropologico e che, purtroppo, è presagio di morte perché lo svuotamento dei borghi italiani si sta traducendo inevitabilmente nella scomparsa di quell’anima che ha fatto l’Italia. Ferretti lo spiega bene quando scrive che «Per costruire una cultura di montagna, che è la materializzazione di una cultura, ci vogliono secoli, per distruggerla è bastato interrompere la quotidianità nel tempo di una generazione. I nostri vecchi di cui oggi ci prendiamo cura, li abbiamo in casa per lo più con lo sguardo fisso alla televisione, per la prima volta al mondo non sono depositari di alcunché tanto meno della cultura tradizionale. Semplici testimoni della sua scomparsa, agenti più o meno inconsapevoli dell’avvenuto tradimento».
L’Italia profonda è un libricino strapaesano che tutti gli italiani dovrebbero leggere per riscoprire non solo la bellezza ed il fascino che ancora può evocare la campagna e la montagna, ma soprattutto perché queste pagine riescono a rievocare nell’animo l’orgoglio della propria identità nascosta fra le crepe dei mille paesini che attraversano tutta la penisola. Lo svuotamento delle campagne non è un destino irreversibile e ciò non solo perché l’agricoltura ed il turismo sono risorse enormi e che potrebbero tornare ad essere il motore economico del Paese se fossero sfruttate rispetto al loro reale potenziale. Tornare ad abitare l’Italia profonda significherebbe soprattutto riscoprire l’orgoglio di essere italiani, che non è contrapposizione ma è appartenenza, e l’amore, si sa, è sempre creativo.
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