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La morte di Noa è il tramonto dell’Occidente

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La morte di Noa è il tramonto dell’Occidente

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Domandiamoci quale società stiamo consegnando alle prossime generazioni perché ad oggi stiamo costruendo un mondo che, in alternativa al divertimento, sa offrire solo la morte.
di Giorgio Arconte – La vicenda ormai è nota anche se ancora dai contorni molto oscuri: Noa Pothoven da giovanissima fu vittima per ben tre volte di abusi sessuali, una violenza dalla quale non è riuscita a riprendersi e che l’ha portata drammaticamente all’anoressia e ad una forte depressione fino a decidere di lasciarsi morire di fame e di sete domenica scorsa. Molti giornali hanno commentato la vicenda scrivendo che Noa «ha vinto la sua battaglia» ma una 17enne che sceglie la morte non è una vittoria per nessuno, anzi, è la morte di una Civiltà ed è la sconfitta di tutti che deve indurci a riflettere.
Non siamo qui a discutere sulle modalità, se Noa sia stata assistita da medici per agevolare il trapasso o meno sono tecnicismi che, seppur importanti, qui non ci interessanoD’altronde il suicidio assistito è solo una delle molteplici modalità per praticare l’eutanasia, e ciò che resta importante è la tragedia di questa ragazza che non può passare come un semplice fatto di cronaca anche perché ci coinvolge tutti. La morte di Noa non è una scelta personale ma, come spiega il dottor Giuseppe Nicolò all’Huffington Post, «la questione è culturale» e, aggiungiamo, antropologica. Il dottor Nicolò è uno psichiatra e direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’Asl Roma 5, ed in questa intervista coglie benissimo il fulcro della questione spiegando che «L’Olanda pone al centro la libertà del cittadino, mentre in Italia la salute è un bene collettivo, sono concetti diversi», infatti in Italia se qualcuno «ha una malattia psichiatrica grave e non si vuole curare, il medico può obbligarla, con il Trattamento Sanitario Obbligatorio. Lo Stato tutela la salute di tutti». Ecco che emerge come la vicenda di Noa rivela quale tipo di società stiamo consegnando alle prossime generazioni.
Viviamo un Occidente che qualcuno definisce post-moderno o post-ideologico dove ilprogresso scientifico e tecnologico, insieme al riconoscimento di libertà individualistanno stravolgendo il volto delle società. Pian piano si sta passando ad una prospettiva nichilista ed individualista dove ad avere importanza non è più il noi ma il singolo “io” che deve soddisfare un eterno godimento nell’attimo presente. Ma la realtà della vita necessariamente si scontra con le difficoltà della quotidianità che non possono essere cancellate o nascoste ma attraversate. La vita, infatti, non è un attimo, la vita è un cammino da percorrere e costruire, un cammino certamente segnato dalle proprie ferite, un cammino che pone davanti a sé sfide, sconfitte ed anche traguardi pieni di gioia. Perché a Noa non è stata offerta questa speranza?
Qualcuno dirà che Noa aveva tutto il diritto di autodeterminare le sue scelte, ma è la psichiatra Eugenia Borgna che dalle colonne di Repubblica ci svela questa menzogna dicendo che «Noa non era libera di decidere. Con una depressione provocata dalle terribili violenze, non era libera nelle sue scelte. Era prigioniera nelle sue decisioni da una visione della vita frutto della malattia psichiatrica. Le ferite dell’anima sono spesso più profonde e dolorose di quelle del corpo, ma io resto convinto che la psiche si può risollevare. Non sa quanti casi ho avuto di ragazzi che volevano morire, cercavano con ostinazione la fine. Sembrava una decisione netta, lucida, definitiva. Ora è solo un brutto ricordo. Perché dalla depressione si può riuscire a guarire. Soprattutto a 17 anni, quando la vita è ancora all’inizio e le risorse interne ancora forti». Domandiamoci, allora, quale società stiamo consegnando alle prossime generazioni perché ad oggi stiamo costruendo un mondo che, in alternativa al divertimento, sa offrire solo la morte. E questo non è giusto.
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