LOADING

Type to search

La tolleranza ipocrita sui rave party alla Sapienza

Primo Piano società

La tolleranza ipocrita sui rave party alla Sapienza

Share
di Luigi Iacopino – Una festa abusiva, l’ennesima organizzata nei locali dell’Università La Sapienza di Roma, è costata la vita a un ragazzo, vittima sacrificale sull’altare del libero divertimento. Come accade per eventi tragici del genere, questo fatto drammatico ha sollevato un marea di polemiche che, come spesso avviene, probabilmente provocheranno un solo risultato. Il nulla. Una volta che gli animi si saranno calmati, quella che ormai è divenuta una prassi – l’organizzazioni di notti illegali – continuerà come se niente fosse. È la cultura dell’indifferenza etica tanto cara al pensiero unico progressista che degrada nell’appiattimento amorale.
Non c’è da meravigliarsi più di tanto. Figlia legittima del relativismo che, sposandosi con il politicamente corretto, ha prodotto l’attuale nichilismo assoluto, questa cultura porta in se il veleno dell’autodistruzione. E guai a tentare di porre un freno. Diventi un pericoloso fascista. Qualcuno potrebbe dire che “lo spettacolo deve continuare”. O, peggio, sembra persino accettabile che i locali di un’università, luogo di formazione culturale e di crescita civile, debbano trasformarsi in una sorta di “palude della tristezza”. Un postaccio maleodorante del tutto simile a quello in cui si arrese anche Arlax, il cavallo di Atreju, il protagonista de “La storia infinita”. Ma perché si organizzano rave party alla Sapienza?
Qualcuno si è affrettato ad affermare che non si può morire mentre si va in cerca di qualche ora di piacere e di svago. Osservazione banale che merita di andare oltre la superficialità. Al di là del caso specifico, che tipo di svago è quello che si può sperimentare in un rave party dove generalmente abuso di alcolici e consumo di droghe la fanno da padroni? Il problema sta a monte e probabilmente ha ragione il filosofo Diego Fusaro quando denuncia premesse ed effetti della società del cosiddetto “vietato vietare”. La questione è seria anche perché investe non solo il divertimento individuale e collettivo ma anche l’economia come la politica. Dal libero mercato al libero divertimento, il passo è (stato) breve, tanto per intenderci.
Quello del godere illimitatamente è diventato una sorta di imperativo categorico che non ammette confini, ormai neppure istituzionali. Ce ne ricordiamo, nostro malgrado, quando succede qualcosa di grave. Soprattutto quando questo “qualcosa di grave” accade all’interno di un’università coperto dalla tolleranza di convenienza e dal giustificazionismo ipocrita come categoria antropologica per eccellenza in nome di un progresso dai contorni indecifrabili. Il corto circuito intellettuale è servito.
Perché è senza dubbio vero che questi fenomeni non vanno letti in chiave (solamente) individualista e personale quanto piuttosto in chiave antropologica (e culturale). Perché il primo conflitto è quello che si scatena all’interno dell’uomo e all’interno dell’uomo vanno ricercate le soluzioni migliori. Soltanto successivamente prende forme sociali diversificate. Forse esiste una responsabilità generale rispetto a quello che ormai è un crollo verticale persino della ragione e della logica. Un crollo che non ci consente di comprendere che, se è vero che la gioventù di oggi è triste e chiusa in se stessa, è altrettanto vero che la soluzione non è, come qualcuno vorrebbe, la cultura amorale dello sballo. O la sua giustificazione.
Resta, poi, la questione dei controlli, delle verifiche e della tolleranza verso una prassi inammissibile, soprattutto all’interno di un Ateneo. Sarcasticamente potremmo dire che non c’è Casa Pound di mezzo, ma ben altri centri sociali e collettivi, quindi (tutto sommato) non c’è motivo di allarmarsi.
A Francesco Ginese, il ragazzo di 26 anni che ha perso la vita in modo inaccettabile, il nostro pensiero e una preghiera.
Tags:

Leave a Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *