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Facebook: è arrivato il momento della censura?

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Facebook: è arrivato il momento della censura?

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di Pasquale Morisani – Negli ultimi tempi, il fenomeno del blocco di profili Facebook ha interessato tantissime persone, una prassi quasi capillare, applicata con una certa metodologia il cui tratto ricorrente è tracciato su soggetti e profili collegati, o anche soltanto collegabili, ad una certa matrice politica, guarda caso, sempre “destrosa”.
Sarà stato un caso ma, con il diffondersi di un sentimento social abbondantemente orientato su posizioni sovraniste ed identitarie, la clava del pensiero “corretto” ha utilizzato la carta della “policy” di FB che persino legittima il famoso network a trasformarsi da uno strumento di comunicazione a censura privata.
Appare, così, quasi come una naturale evoluzione, assieme al lampante predominio progressista nel sistema dell’informazione, della macro censura che si è abbattuta su decine di profili collegate al mondo di CasaPound.
Ora, al di là delle simpatie o meno per questo movimento politico che, sino alle recenti elezioni ha legittimamente partecipato alla vita politica dell’Italia costituzionale e che, per contro, si vede oscurato da un network a vocazione “social” (alla faccia del social verrebbe da dire), è spontaneo chiedersi se l’agibilità di un social, ormai estremamente influente nelle dinamiche di opinione, sia arbitrariamente manovrabile a insindacabile giudizio di un presunto “cervello digitale”.
Ma oltre questo interrogativo, quasi scontato nella sua definizione retorica, ci interroghiamo su due riflessioni da “Grande Fratello” e fanno immaginare (con tanto realismo) che qualcuno sovraintenda ed operi ben oltre le nostre (immediate) consapevolezze.
In primis. Si è voluto, in origine, dare il via a questa macroscopica diffusione dei social, veicolandone per anni opinioni ed umori sociali sempre più autentici del sentire individuale, con l’obiettivo di “educare” ad una contestazione virtuale e digitale (stile tanto fumo e niente arrosto) che, però, sfuggita di mano per l’utilizzo sistemico e strutturato da parte di soggetti politici, è sfuggito alle maglie del “controllo preventivo” generando importanti flussi di consenso anti sistema. Da questo fenomeno, per certi versi non governabile, ci domandiamo se sia nata la scelta di una controffensiva censurante e di oscuramento.
In una seconda ipotesi, peggiore sotto il profilo della manipolazione, ci si può chiedere. Tutto, a suo tempo, studiato per generare un sistema di agorà digitale dove, concedendo ampio spazio, le varie anime sociali sono state indotte ed abituate, pur con dinamiche conflittuali e liberamente partecipate, alla presenza massiva nel dibattito virtuale sino al punto da “educare” le maggioranze dei cittadini nel ricercare\recepire opinioni ed informazioni sui social salvo, ad un certo punto, staccare la spina ad una parte che genera interlocuzione valoriale e politica lasciando così l’individuo in una sorta di assuefazione facilmente preda di una sola “voce” di opinione.
Tale condizione può, senza alcuna forma di contraddittorio sostanziale, occupare spazi vitali e menti umane? Delle due l’una, in ogni caso non è mai troppo tardi per rendersene conto e tornare indietro, recuperando luoghi reali, fisici, “umani molto umani”, dove la gente si confronta, dibatte e magari litiga anche un pò nel pieno rispetto di quell’unico valore per il quale, ancora, vale la pena di battersi: semplicemente libertà.
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