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Eutanasia. Morire non è segno di civiltà né di libertà!

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Eutanasia. Morire non è segno di civiltà né di libertà!

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La cultura della morte altro non è che la cultura del più forte o dello scarto. È il consumismo applicato sulla pelle degli esseri umani: se produci e consumi vali, altrimenti meglio morire.
di Giorgio Arconte – Una volta si diceva che per pagare e per morire c’era sempre tempo, ora invece lo slogan è che siamo tutti più liberi… di morire!!!, ma c’è da chiedersi che libertà ci può essere se non c’è la vita…
Nei giorni scorsi la Corte Costituzionale, con una sentenza storica ha inclinato il piano facendo scivolare anche l’Italia verso il pericolo dell’eutanasia. Certo, ancora l’eutanasia non è legale, adesso è “semplicemente” eliminato il reato di “agevolazione al suicidio”, ovvero adesso è possibile accompagnare la vittima (avete letto bene!) in una clinica di morte senza incorrere nell’arresto o in altre sanzioni. Libertà… Ma non illudetevi, questo è solo l’inizio del percorso che porterà alla legalizzazione dell’eutanasia fino ad arrivare alla banalizzazione della sofferenza. Basta vedere cosa succede in Paesi come Belgio e Olanda per rendersi conto che è sufficiente un mal di testa per poter mettere fine alle proprie sofferenze.
La sentenza della Consulta pone degli interrogativi, ad esempio: che differenza c’è fra un ragazzo che si lancia dal cornicione di un palazzo ed un ragazzo che si fa accompagnare in una clinica per essere avvelenato? La sofferenza dei due ragazzi è sempre la stessa; la reazione simile ma sostanzialmente la fine è uguale, ovvero la morte; le conseguenze sociali estremamente diverse. Proprio queste ultime devono indurre alla riflessione ed a far capire che l’eutanasia non è una questione “individuale”, esclusivamente personale, ma è un tema di portata sociale, che riguarda tutti. Mentre il gesto del primo ragazzo genera una certa repulsione nell’opinione pubblica soprattutto per la brutalità, nel secondo suscita partecipazione diventando così, nel tempo, mentalità. È così che nasce, si sviluppa e si consolida una cultura della morte dove, con la nobile scusa di eliminare la sofferenza, in realtà si sopprimono le persone umane, in particolare quelle “inutili”. La (in)civiltà della morte, infatti, altro non è che la cultura del più forte o dello scarto. È il consumismo applicato sulla pelle degli esseri umani: se produci e consumi vali, altrimenti meglio morire. Tra l’altro, se io posso disporre a piacimento della mia vita fino alla morte, perché non potrei e dovrei farlo anche di quella altrui?
Non chiamatela, quindi, libertà! La vera libertà non è togliersi la vita ma accogliere da un lato le sofferenze ed accudirle dall’altro lato: il malato ha il diritto di essere amato! Ma amare costa! Costa sul sistema sanitario, quindi costa in termini di spesa pubblica e di tasse, così il malato è un segno negativo da eliminare in un bilancio da risanare. Ma non solo. Il malato “costa” anche la fatica di chi si prende cura del sofferente, che sia un parente, un medico, un amico o un infermiere.. Eppure è proprio qui, in questo sacrificio che si manifesta l’amore, quell’amore che non fa sentire il sofferente solo ed inutile ma gli fa percepire che la sua vita ha ancora un valore. Nell’amore la sofferenza ha un altro peso, un peso certamente amaro ma che vale una vita! Qualcuno ha idea del valore di una vita? No? Certo!: è incommensurabile! Il malato non vuole morire, il malato ha bisogno di sentirsi amato! Costruiamo la civiltà dell’amore perché per morire… c’è sempre tempo! #RestiamoUmani
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