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Il Sud Italia sprofonda nella povertà

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Il Sud Italia sprofonda nella povertà

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di Luigi Iacopino – Nel Bel Paese impazza la polemica sul controverso tema delle autonomie. Questione scottante che anima sentimenti di vario tipo, urgenze amministrative, esigenze economiche e velleità secessionistiche. Tema affascinante, senza dubbio, soprattutto se declinato nella prospettiva della responsabilizzazione delle amministrazioni locali rispetto all’utilizzo delle risorse finanziarie e al rilancio del proprio territorio. L’autonomia non è il federalismo ma il federalismo comprende certamente (anche) l’autonomia.
I recenti avvenimenti, soprattutto quando la Lega era al Governo, hanno riproposto l’annosa questione, in termini parzialmente rinnovati, anche come soluzione di un’altra ostica faccenda. Quella dell’Italia a due velocità. O dell’Italia a “due povertà”. Qualche giorno fa l’Eurostat si è preoccupata di ricordarci quello che già sappiamo da milioni di anni: il Sud continua a sprofondare nel “rischio povertà”. Fa sorridere la parola “rischio”. Considerando la classifica delle persone con reddito disponibile inferiore al 60% di quello medio nazionale, i primi tre posti sono occupati da regioni del Sud. Campania, Sicilia e Calabria sono, infatti, sul podio a festeggiare l’ennesima sconfitta, seguite da Basilicata, Puglia, Sardegna e Abruzzo. Più che di rischio stiamo parlando di un’amara, anzi amarissima, realtà che fa registrare i dati peggiori persino a livello comunitario.
Per il mezzogiorno d’Italia, povertà ed esclusione sociale, mancanza dei servizi minimi e pressione fiscale elevata, stanno diventano il pane avvelenato quotidiano. Dinanzi a una realtà cosi impietosa, neppure il tanto agognato federalismo, in tutte le sue sfaccettature, potrà rappresentare un’ancora di salvezza burocratico-amministrativa in salsa riformista. Già, perche cosi com’è strutturata, l’autonomia non va bene. Cosi com’è pensato, il federalismo non è soddisfacente. Bisogna fare un passo indietro. C’è qualcosa di primitivo, un problema atavico che va affrontato prima di cimentarsi nel gioco delle parti e delle rivendicazioni territoriali. La volontà politica.
Il primo vero problema è un problema di volontà politica, poi viene il resto come se fosse una pallina che scivola perennemente su un piano inclinato. Nel corso degli ultimi decenni, complici politici meridionali di scarso carisma e scarso spessore, la classe politica ha profuso i propri sforzi indirizzandoli al tessuto socio-industriale Nord. Come amava ripete Beppe Niccolai, parlamentare del Msi, il Sud è sempre stato considerato né più né meno come un bacino elettorale utile a raccogliere voti e determinare complicati equilibri politici. I veri investimenti, le vere strategie industriali erano altrove. E sono rimasti altrove. È innegabile, ma certamente questa verità va approfondita correttamente per evitare certe facili accuse strumentali buone sole per altrettanto facili autoassoluzioni di comodo.  Salvo casi isolati, durati pochi anni, e deboli seppure promettenti prospettive amministrative, il Mezzogiorno ha sempre svolto la parte del pugile suonato. Sempre lì, nell’angolo, a incassare colpi senza avere neppure il coraggio di gettare la spugna o, almeno, di cambiare allenatori e tattiche di lotta. Sempre lì, in ginocchio a elemosinare politiche assistenzialistiche, ricordare un passato preunitario che va consegnato alla storia, lamentarsi senza individuare soluzioni.
È pur vero che la vita politica e commerciale si è spostata nel Centro e Nord Europa, sicché il Sud è  quasi emarginato e tagliato fuori. Ma, nell’epoca della quarta rivoluzione industriale che ha trasformato la società industriale nella società informatizzata, dove esistono modelli organizzativi e sistemi produttivi interconnessi e automatizzati, le distanze geografiche non possono più essere una giustificazione. Il nostro è un problema di volontà politica e, perché no, di capacità, di competenze e di visione. Lasciamo perdere per un attimo il federalismo e il “sogno” da molti profetizzato della macroregione del Sud. Se non ci adoperiamo a mutare la volontà politica, non servirà a nulla.
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