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Il capitalismo progressista contro la famiglia

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Il capitalismo progressista contro la famiglia

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Di Antonio Giuseppe D’Agostino – Ancora una volta i dati inquietanti segnalano l’incessante e continuo processo di disgregazione della famiglia, costretta a scegliere fra il benessere economico e quello esistenziale.
Questa volta non si tratta del solito attacco da parte delle lobby LGBT, che per bizzarria tendono a volere rendere liquida la nostra società; non si parla del capriccio di chi, con la pratica della “maternità surrogata” (vedi utero in affitto) compra neonati per frivolezza o stravaganza.
Il dato allarmante, che rende ancora più evidente la “solitudine del cittadino globale”, arriva dall’Uecoop e mette in evidenza come un genitore su tre abbandona il posto di lavoro per prendersi cura della famiglia.
In altre parole, mentre la società capitalistica insegna che tutti, anche a dispetto della natura, possono diventare membri della “rete formale e informale della persona” (un nuovo metodo della neolingua che descrive la famiglia), lo Stato attua un welfare incapace di permettere ai papà e alle mamme di potere lavorare e crescere i propri figli, soprattutto se neonati.
Oltre 49mila persone abbandonano il lavoro per l’impossibilità di accedere agli asili nido pubblici, per l’alto costo dei privati e/o delle tate, oppure per la mancanza di parenti in grado di sopperire a questa mancanza, dovuta soprattutto ad una società incapace di affrontare i veri problemi.
Lo stesso Bauman sosteneva che la famiglia “di cui si è un prodotto e la famiglia che si vorrebbe costruire sono gli anelli di una lunga catena di parentela/affinità che precede la nascita e sopravviverà alla morte di ogni individuo che ha contenuto e conterrà; ma per durare essa ha bisogno del contributo entusiastico dell’individuo”, ma per potere partecipare a questa costruzione (primo nucleo dello Stato sociale) bisogna essere liberi di scegliere, senza quelle imposizioni che derivano dal mondo del mercato liberale e capitalistico.
Sempre più donne, infatti, rinunciano ad essere madri per puntare alla vita professionale negando così uno dei lati più importanti della femminilità, ovvero la maternità che arricchisce il corpo di una donna, ormai intrappolato fra il pensiero capitalista e quello femminista che (in modi differenti) imprigionano l’essere donna.
Ora, l’attacco formale arriva alla famiglia, sempre più costretta a scegliere fra l’economia del mercato e la costituzione di sé stessa, diventato così un mito realizzabile solo per chi ha il “capitale” sottraendo, come afferma il filosofo Galimberti “ai padri e alle madri quell’unica cosa necessaria alla cura e alla crescita emotiva che è il tempo”, che non viene scelto, ma imposto dalla società stessa.
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