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Soleimani: Pasdaran e soldato identitario

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Soleimani: Pasdaran e soldato identitario

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Di Giuseppe Fontana – Una delle peculiarità che ha sempre caratterizzato il susseguirsi delle varie amministrazioni  statunitensi è, senza dubbio alcuno, quella legata alle logiche imperialistiche globali di chi, conscio della propria potenza, ritiene di poter esportare un modello di democrazia con interventi militari fuori confine. Del resto, libri di storia alla mano, da Wilson a Truman, passando da Kennedy, Bush, fino ad Obama, per gli Stati Uniti, il resto del mondo si riduce ad area geopolitica da porre sotto un controllo eterodiretto a stelle e strisce.
In tale ottica,Qasem Soleimani,  Generale dei Pasdaran, eroe nazionale in terra persiana, protagonista indiscusso nella lotta contro l’ISIS e grande sostenitore di Bashar al-Assad, rappresentava forse una pericolosa ed imbarazzante radice identitaria da estirpare. Una pagina che apre scenari difficili nella già precaria area del medio oriente sottoposta a fibrillazioni armate irrisolte e, forse, volutamente alimentate da una politica internazionale troppo spesso costruita su equivoci grigi che ridefiniscono i contorni di quel confine tra “buoni” e “cattivi” eccessivamente  strumentalizzato da un Occidente piegato alle logiche finanziarie e petrolifere.
Uno scenario che ci consente però di comprendere maggiormente quanto, per l’establishment statunitense, i concetti di tutela e rispetto nei confronti della  vita umana e della autodeterminazione dei popoli siano sostanzialmente relativizzati e subordinati agli interessi che quest’ultimi detengono in ambito globale. Pertanto, risulta altrettanto chiaro quanto determinati eventi, legati a guerre civili, omicidi, sanzioni e crisi politiche regionali, siano in realtà innescate da motivazioni interne agli USA, come ad esempio interessi di lobby o, come qualche commentatore sostiene, strumentali a campagne politiche in vista dell’approssimarsi delle presidenziali.
Soleimani, eroe e combattente identitario, lungi dall’esser stato un terrorista, rivestiva in realtà un ufficiale ruolo per conto di uno Stato sovrano, internazionalmente riconosciuto e  dedito allo sradicamento dell’estremismo islamico nella regione mesopotamica. Tale omicidio, che l’industria mediatica ha pubblicizzato come strepitoso successo, racchiude in sé il volto di una società statunitense troppo spesso autoreferenziale ed invasiva specie in Iran, Iraq e Siria dove la partita delle rotte energetiche è sempre aperta e in evoluzione.
Spiace registrare che anche in Italia siano emerse discutibili, se non addirittura  paradossali, prese di  posizioni filoatlantiste  da parte di rilevanti esponenti di formazioni partitiche facenti riferimento all’area identitaria–sovranista. Sicuramente frettolose e imponderate valutazioni che, probabilmente, dovrebbero invece lasciare il passo a forme più profonde di riflessione in merito al reale ruolo che il nostro Paese dovrebbe occupare in un’ottica mediterranea.
Essere propositivi e al contempo cessare di adottare soluzioni ed agende imposte da altri Paesi, sarebbe già per noi un grande inizio. Purtroppo però, il ciclo delle gloriose rivalse identitarie inaugurate dal grande  Bettino Craxi, oggi hanno lasciato il posto alle sciagurate,inconcludenti e maldestre operazioni partorire dal “bibitaro del San Paolo”.
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