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Pansa: ricordiamo l’idea che supera l’uomo

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Pansa: ricordiamo l’idea che supera l’uomo

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di  Antonio Giuseppe D’Agostino – Alla fine quello di cui dobbiamo andare fieri è la memoria, il ricordo come modalità di incontro con la persona e con le idee che essa stessa ha manifestato.
Giampaolo Pansa è morto, si è spento un uomo, un giornalista capace di raccontare la storia dell’Italia al di là degli stereotipi e delle “favole” raccontate dall’ortodossia di un sistema che lui ha sempre acutamente criticato. Un uomo controcorrente, che ha spesso utilizzato la sua intelligenza per colpire il malcostume italiano, anche attraverso la coniazione di parole nuove come l’Elefante Rosso (PCI), la Balena Bianca (Ex DC), il Coniglio Mannaro, il Parolaio Rosso e i Dalemoni. Definizioni che si cucivano alla perfezione sulle persone e sui movimenti che seppe fotografare ed individuare, con il suo leggendario “binocolo”, alla perfezione.
Ma quello che realmente interessa non è l’apologia all’uomo, ma la rivalutazione di un’idea che deve essere esaltata, affinché la memoria non si perda e non venga travisata da quei giornalisti dimezzati, schiavi di un’ideologia o di un partito.Solo in questo senso Giampaolo Pansa assurge al titolo di scocciatore storico, dal momento in cui decise di riprendere alcuni studi universitari e aprire un nuovo sguardo (più critico e più documentato) sulla resistenza in Italia. Non un tentativo di difendere il fascismo, ma un’opportunità di raccontare agli italiani gli anni bui di quella “guerra civile”, fatta di odio e rancore, che per quei “gendarmi della memoria” non doveva essere raccontata. Pansa, in altre parole, è riuscito a dare voce a quel “sangue dei vinti” su cui in molti avevano sputato, anche grazie a un racconto fatto di bugie e di distorsioni della verità (denunciato precedentemente da Beppe Fenoglio, Giorgio Pisanò, Renzo De Felice, Silvio Bertoldi o Arrigo Petacco).
Un’ipocrisia degli uomini che fecero parte di quel sistema che si conclude con l’antifascismo militante di quei “sepolcri imbiancati”, che Giampaolo Pansa rappresenta come giornalista e storico “rompiscatole”, spesso censurato e criticato aspramente e con violenza (a seguito di un’aspra contestazione decise di non tenere più incontri pubblici). Per questo motivo testi come I figli dell’Aquila, il sangue dei vinti, Sconosciuto 1945, La Grande Bugia, I gendarmi della memoria, I vinti non dimenticano e Bella Ciao – Controstoria della Resistenza, rappresentano un retaggio e un’eredità che non deve essere dimenticata e che deve dare linfa a una nuova generazione di storici e a un nuovo modo di interpretare la Storia.
Solo in questo modo si potrà porre fine a quella falsificazione che lui stesso ha affrontato, a quella “cortina di bugie, eretta da tanti sepolcri imbiancati. Politici, intellettuali, docenti di storia, direttori di giornale e opinionisti che per ottusità culturale e opportunismo ideologico non accettavano che qualcuno rifiutasse la grande bugia sulla Resistenza. Una finzione messa sugli altari dentro una teca di vetro, da venerare con un culto quasi religioso.”
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