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Le forze sovraniste rinunciano all’egemonia culturale

Politica Nazionale Primo Piano

Le forze sovraniste rinunciano all’egemonia culturale

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di Giuseppe Fontana–  In un Paese anomalo come il nostro, in cui la politica e le relative agende partitiche  risultano sempre più banali e al contempo condizionate  da un clima da “campagna elettorale permanente”, la conclusione  dell’ennesimo confronto,  non poteva non lasciare spazio a polemiche e relativi spunti per importanti  riflessioni. Primo fra tutti, in campo progressista, si registra l’ennesima dimostrazione della capacità di quest’ultimi  di riuscire nell’intento di sovvertire la realtà degli eventi agli occhi dell’opinione pubblica.
 Difatti, risulta sottaciuto che, se è pur vero che gli elettori dell’Emilia e della Romagna abbiano confermato l’amministrazione uscente, quest’ultima,  nonostante  la potente macchina organizzativa messa in piedi in oltre mezzo secolo di storia, annaspa e mostra,  per la prima volta dal dopoguerra,  considerevoli cenni di cedimento. Nonostante rappresenti una vittoria di Pirro, il responso  emiliano-romagnolo, consente però di evidenziare quanto, l’artificiosa creazione di una falsa coscienza tra l’opinione pubblica, messa in atto dalle forze egemoni progressiste, non si possa abbattere con banali approcci da “prima repubblica”  basati su spot, accordi e calcoli elettorali senza una più solida elaborazione in merito ai contenuti . Pertanto, dare il via ad una più approfondita  riflessione  sul  versante dalle  forze sovraniste, rimane un obiettivo fondamentale ai fini della  costruzione di una contro-egemonia culturale capace di rendersi realmente protagonista, attraverso il consenso e non il mero dominio, di una più corretta interpretazione dell’attuale Società  e dei problemi derivanti da essa.
Difatti, il concetto base, che ad oggi risulta estremamente sottovalutato  da parte dei massimi dirigenti delle formazioni sovraniste, è che la politica, essendo  una guerra perpetrata attraverso lo strumento della persuasione, affinché  risulti vincente, presuppone una corretta interpretazione cronologica delle due  fasi che la caratterizzano, ovvero:  “posizione” (egemonia) e “ movimento” (rivoluzione). Pertanto, in termini elettorali,  affinché  la presa del potere non risulti effimera e magari controproducente, è fondamentale  che i presupposti per la conquista dell’ egemonia culturale ( posizione)  precedano la conquista stessa del potere (movimento).  Operando viceversa, come fin’ora intrapreso dalle formazioni sovraniste, il rischio che, il preesistente e potente sistema egemonico progressista,  riesca in breve tempo a far riassorbire  e banalizzare  le proprie sconfitte elettorali  per  ricondurle   nell’immaginario dell’opinione pubblica a meri “voti di protesta”, risulta un pericoloso  quanto probabile scenario. Purtroppo, l’ambizione di creare solidi presupposti culturali,  attraverso un complesso sistema di relazioni e mediazioni che unisca le varie comunità del mondo identitario, è stato fortemente sottovalutato, se non addirittura osteggiato, da taluni guru della politica partitica italiana.
Nell’attuale prassi, difatti,  il ruolo ricoperto da volenterosi intellettuali, desiderosi di strutturarsi in una vasta rete relazionale che unisca le varie realtà comunitarie territoriali, risulta banalizzato e barattato a favore di “camaleontici personaggi adatti per tutte le stagioni e omologabili a qualsiasi formazione partitica. Eterni politicanti di mestiere,  capaci solo di riempir, a suon di voti, interi collegi,  risultano spesso abili solo nel cavalcare le nuove “onde”, ma nei fatti,  inetti nel formulare nuove visioni, forme e contenuti al servizio delle idee. Risulta innegabile che, in occasione  delle recenti elezioni regionali, in taluni collegi dell’Italia Meridionale, incredibilmente,  circa la metà dei voti  espressi in una lista, non sia stata intercettata da parte di alcun candidato. Segno evidente che si punti alla mera conquista del potere, tralasciando, volutamente(?) qualsiasi progettualità  finalizzata alla costruzione di una duratura casa per le nobili idee.
Di tutto ciò, qui al Sud, non c’è da meravigliarsi, perché in fondo,  come affermò Tancredi Falconeri nel celebre romanzo Il Gattopardo “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” .
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