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Sanremo, il triste segno dei tempi che viviamo

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Sanremo, il triste segno dei tempi che viviamo

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Di Antonio Giuseppe D’Agostino – Un altro Festival di Sanremo è passato, dando prova di come l’Italia riesca a toccare le punte di un tragicomico quasi imbarazzante.
La 70° kermesse musicale rischia di rivelarsi un punto di non ritorno, per la lenta e inesorabile perturbazione musicale e artistica, che la nostra Nazione sta registrando negli ultimi anni. Non stiamo solo parlando del mancato livello musicale, denunciato anche dal grande maestro Mogol, ma di un evento che ha dimostrato di essere sempre meno qualitativo e sempre più un talent dove l’importante è l’apparire e non l’essere.
È vero, il Festival ha sempre vissuto di provocazioni, di scandali, ma aveva anche la grandezza di suscitare un senso collettivo di appartenenza. Questa edizione del Festival, invece, ha dimostrato di essere sempre più spettacolo e sempre meno gara musicale, evidenziando anche come una certa élite ha confuso il termine stesso di popolare.
Junior Cally e Rula Jebreal, sembravano le facce di una malattia isterica stemperata dal monologo della giornalista che, per tutto il tempo, si è presentata al pubblico come una sorta di aulica valletta, mentre le altre “colleghe” a volte non sono state capaci di leggere nemmeno un semplice testo introduttivo.
Achille Lauro e Benigni, la lite fra Morgan e Bugo, sono solo eventi che dimostrano come si è riusciti a svilire il senso più intimo della natura del Festival stesso, perturbando persino l’arte e la Bibbia e presentando l’osceno come linea guida di un evento che ha dimostrato tutta l’ipocrisia italiana.
Sul palco si è manifestato tutto e il contrario di tutto, con una forma quasi schizofrenica di autolesionismo, dove gli stessi conduttori sono rimasti preda di un caotico caso. “La bellezza è mescolare in giuste proporzioni il finito e l’infinito”, sosteneva Platone, ma in questa settantesima edizione della kermesse musicale di infinito non sembrava esserci nulla e tutto sembrava indirizzato ad una fruibilità che ha lasciato il tempo che ha trovato.
Sembrava, in altre parole, che si trattasse solo di una distrazione da quella mancanza di profondità che il Festival ha dimostrato di avere, segno forse dei tempi che stiamo vivendo.
(*La foto di copertina è tratta dalla pagina Fb del Festival di Sanremo)
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