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Italia, un Paese senza figli è destinato a morire

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Italia, un Paese senza figli è destinato a morire

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di Luigi Iacopino – Il messaggio dell’Istat è chiaro: la popolazione italiana continua a diminuire. Il divario tra nascite e decessi aumenta incessantemente tanto che “per 100 persone decedute arrivano soltanto 67 bambini”. Ma non solo, perché “nel 2019 è stato registrato il livello più basso di “ricambio naturale” degli ultimi 102 anni. A fronte di 435mila nati vivi, sono stati registrati 647mila decessi”. Insomma, un vero e autentico disastro, dinanzi al quale in condizioni di normalità verrebbe da chiedersi: quindi, che facciamo? Cosa ci inventiamo?
Il problema è che non viviamo in condizioni di normalità. Siamo (diventati) vittime (ma anche responsabili) di una società diventata avara di ragionamenti costruttivi. Sull’emergenza demografica che da anni si è abbattuta sull’Italia si è scritto e detto di tutto. Inutilmente. Assistiamo a una inerzia folle che ci permette solamente di commentare i dati perennemente negativi, quasi catastrofici, senza colpo ferire. Anche se solo apparentemente. Perché, in realtà, le conseguenze di questa catastrofe sono molto pesanti. Non solo sul piano del ricambio generazionale ma anche su quello del mantenimento dello Stato e del welfare.
Le discussioni sul tema sono diventate stucchevoli e ripetitive, con l’aggravante di essere pesantemente condizionate da un pensiero unico ideologico e accartocciato su se stesso.
Lo stesso pensiero unico progressista che ha dipinto la maternità e la gravidanza come forme di schiavitù per la donna, e la famiglia come una costrizione da superare. Lo stesso pensiero unico che come soluzione alla denatalità ha partorito (ci sia consentita l’espressione) la politica dei porti aperti e l’immigrazione di massa incontrollata. Quasi come se gli immigrati fossero delle pezze utili a coprire le nostre lacune. Forse è più corretto pensare che investire sul futuro e sul mettere al mondo figli rischia di non alimentare alcuni tipi di business speculativi a buon mercato. Per non tacere poi delle leggi che hanno indebolito la famiglia, e il suo ruolo sociale, e delle prese di posizione a favore dell’utero in affitto. Certo, il tema è complesso e non può essere né banalizzato né affrontato a colpi di slogan, ma il fattore culturale è centrale.
In primo luogo perché influisce (negativamente) proprio sulle scelte politiche, le stesse scelte politiche che si sono rivelate fallimentari, a partire dal reddito di cittadinanza. In secondo luogo perché condiziona le scelte personali. Diciamocelo, nella società del consumismo siamo diventati un po’ egoisti e troppo orientati a soddisfare noi stessi e i nostri bisogni individuali.
Serve un qualcosa in più perché il nostro Paese – qualcuno direbbe la nostra Patria – sta morendo. L’inverno demografico, l’emigrazione e il conseguente spopolamento sono le sfide odierne più difficili, ma sono anche quelle decisive perché riguardano la coscienza di un popolo. Forse sono anche le più divisive. Ma, perse queste, non ha molto senso parlare di ripresa economica. E probabilmente nemmeno di tutela dell’ambiente, se non siamo in grado di tutelare neppure noi stessi. La politica ha bisogno di una nuova impostazione culturale, all’avanguardia, ma non piegata alle mode passeggere e neppure al politicamente corretto.

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