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La politica estera italiana, un collasso ai tempi del Coronavirus

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La politica estera italiana, un collasso ai tempi del Coronavirus

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In piena emergenza Coronavirus, l’Italia non sembra avere le carte in regola per affrontare l’ordinaria amministrazione, nonché le sfide geopolitiche principalmente fondate sui rapporti di forza. In tal senso, la concreta affermazione di un mondo multipolare, potrebbe rappresentare l’unica soluzione affinché il Bel Paese possa tornare ad avere un minimo di indipendenza in politica estera
di Francesco Marrara – Gli anni Venti del XXI secolo sono appena iniziati. Da tre mesi gli avvenimenti e i colpi di scena non sono di certo mancati. Il mondo corre, mentre l’Italia sembra essere completamente in balia degli eventi: il caso Coronavirus ne rappresenta l’emblema. Il pilota automatico, ormai da troppo tempo azionato, sta conducendo il nostro Paese alla più completa disfatta. Dunque, le domande da fare sarebbero molteplici ma, forse, una su tutte è d’obbligo porsela. Quale ruolo occupa l’Italia nell’attuale contesto geopolitico mondiale?
Per cercare di una risposta a tale quesito è necessario fare una breve premessa. Innanzitutto, bisogna ribadire un dato di fatto. L’Italia ancora sconta la sconfitta – qualcuno potrebbe obiettare, ma sempre di sconfitta si tratta – subita nel secondo conflitto mondiale. Da quel momento in poi, la sovranità italiana è stata, pezzo dopo pezzo, ceduta a partire dall’entrata nella NATO (1949) fino ad arrivare all’adesione ai Trattati europei. Su tutti ricordiamo Maastricht (1992) Lisbona (2009), MES (2012) e Fiscal Compact (2013).
Sono settantacinque anni che l’Italia vive di una lenta ed inesorabile agonia dalla quale fatica ad uscire. In questo lunghissimo periodo di tempo, tuttavia, il nostro Paese ha trovato – in uomini di una certa caratura ed in particolari circostanze – l’orgoglio e la fierezza di una vera Nazione. Come non ricordare, ad esempio, eccellenze del calibro di Adriano Olivetti e di Enrico Mattei. Il primo, ebbe il merito di dare vita ad un vero “comunitarismo aziendale” in cui l’uomo, con le sue capacità e doti umane e relazionali, rappresentava il perno dello sviluppo della fabbrica di Ivrea. Il secondo, facendo risorgere dalle ceneri l’Agip poi divenuta ENI, ebbe il coraggio di sfidare le Sette Sorelle facendo condurre – svincolandosi dalla morsa americana – la politica estera italiana direttamente ad un’azienda di Stato. Non possiamo dimenticare, per dover di cronaca e al netto di ogni eventuale critica, nemmeno due Capi di governo come Aldo Moro e Bettino Craxi. Moro perché, nel 1966, fece stampare i biglietti di stato a corso legale (le famose 500 lire) direttamente dalla zecca ripristinando, seppur per pochissimo tempo, la sovranità monetaria. Craxi, perché a Sigonella, dimostrò agli alleati americani che la sovranità andava difesa e affermata in nome del popolo italiano e della sua storia.
La mancanza di una politica estera, improntata su una prospettiva euro-arabo-africana volta a far emergere seriamente gli interessi italiani al di fuori dei confini nazionali, sta comportando la definitiva perdita di influenza in aree geograficamente strategiche. Tra queste la Libia, lasciata incolpevolmente nelle mani dei ricattatori turchi e della Russia. Insomma, l’Italia sta conducendo una politica estera del collasso dovuta anche al fatto che negli ultimi anni, il Ministro degli Esteri è divenuto una mera figura rappresentativa sopraffatta – per via dell’esponenziale incremento del fenomeno dell’immigrazione – dal Ministro degli Interni.
A parte qualche singolare episodio del passato in cui era possibile auspicare barlumi di indipendenza a causa della divisione del mondo in due blocchi, l’Italia, al giorno d’oggi, non sembra avere nelle proprie corde la forza per poter reagire ad situazione davvero surreale. L’emergenza Coronavirus, la timidezza con cui si vorrebbe chiedere all’UE lo sforamento dei subdoli parametri europei per avere in cambio un po’ di liquidità per fare riparartire un’economia sull’orlo del baratro, il farsi deridere dai francesi senza prendere una ferma decisione, nonché l’incapacità di svincolarsi dall’ingombrante ombrello della NATO, rappresentano lo specchio riflesso di una classe politica dirigente inadeguata a fronteggiare ordinaria amministrazione e sfide geopolitiche. L’unica possibilità di un futuro affrancamento dell’Italia in politica estera, potrebbe consistere nella definitiva affermazione di un mondo multipolare come superamento dell’unipolarismo americano e della omologazione globale.
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