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Europa, should i stay or should i go?

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Europa, should i stay or should i go?

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Di Pasquale Morisani– “Should i stay or should i go” cantavano i Clash, ma non è questo il momento del dibattito se stare o andare via dall’ Unione Europea, in questi giorni di dura prova senza precedenti, momenti che richiedono serenità e valore anche nelle opinioni,
Eppure una riflessione su questa  Europa s’ impone. Non fosse altro quale riconoscimento per lo sforzo che gli Italiani, per primi,hanno dovuto affrontare contro il demone virale che ci ha disarmato dimostrando la precarietà dell’uomo e dei suoi sistemi socio economici.
Troppe le criticità emerse davanti alla pandemia, a dimostrazione della frattura esistente tra il teorizzato modello europeista e le volontà politiche esercitate a Bruxelles dove, l’asse governativo franco-tedesco, ha tenuto per anni la barra dritta su interessi sopranazionali dettati dalla finanza globale, imponendo i dettami culturali dell’ideologicamente corretto.
L’ Italia è stata il primo territorio a subire gli effetti devastanti del coronavirus, per conseguenziale scelta politica e di buonsenso i governanti unionisti avrebbero dovuto valutare gli sforzi di contenimento dell’infezione,sostenendo la sanità italiana già depotenziata e penalizzata da anni di restrizioni economiche.Serviva, ed è mancata, una cintura di “solidarietà sanitaria” con invio di risorse, strumenti e materiali; ci siamo ritrovati “chiusi” dentro le frontiere, isolati come ammorbati, dimenticati nonostante il denominatore comune di cittadini Europei,con mascherine protettive disperse in Germania.
Dinanzi ad una guerra scatenata da un nemico invisibile al mondo, l’Europa, in primis avrebbe dovuto concertare misure tempestive di sostegno al mondo produttivo e del lavoro, tenendo in debito conto le condizioni di sofferenza determinate dal blocco della circolazione posto come misura a tutela della salute non solo italiana; invece, siamo la Nazione che ha varato una misura di sostegno economico in totale solitudine,impegnando finanze pubbliche esigue in un decreto che appare più di circostanza, per dare un segnale di presenza istituzionale ma  generando l’ effetto opposto, che non di prospettiva su come impattare questa crisi.
E l’Europa? Questa entità unitaria,che, invece dimettere in campo azioni condivise, dispensa da anni limitazioni economiche rifuggendo dalla possibilità di sospendere il Patto di Stabilità ed il famigerato MES, riducendo all’osso le misure a favore dell’Italia invece di varare una misura monetaria, come quella prevista negli Stati Uniti, in grado di bilanciare il vigore economico delle imprese e dei lavoratori bloccati dal coronavirus. Invece ci ha pensato la signora Lagarde, per conto BCE, a partecipare al gioco al massacro rilasciando una dichiarazione (non richiesta) che ha ridotto in cenere migliaia di miliardi degli investitori insieme all’ impennata, che non si ferma, del tristemente noto Spread.
Sulle misure di contenimento del pericolo virale siamo al paradosso,non si ha notizia di una strategia concertata in grado di stabilire una linea sanitaria; chi può faccia per sé.
Eppure laddove il focolaio di infezione ha avuto genesi, in Cina, uno Stato autorevole ha convocato al tavolo dell’emergenza le grandi industrie tecnologiche mettendo in campo una strategia di intervento innovativa, coniugandola agli obblighi di isolamento e riscendo così a verificare lo stato del contagio su una percentuale altissima della popolazione, individuando i malati e mappando tutti i movimenti ed i contatti dei soggetti critici isolandoli nell’ immediato ed imponendo la quarantena a tutti quelli entrati in relazione. Ciò ha permesso di individuare con sufficiente anticipo le fasi del contagio dilagante. In atto in Europa, a confronto di Wuhan, si sono adottate strategie da medioevo, con autocertificazioni palliative e migliaia di persone in continuo movimento.
Perché non ci si impegna in questa direzione, convocando le migliori risorse industriali in grado di lavorare ad una strategia tecnologicamente avanzata e da applicare nei territori coinvolti dal virus?
Oggi che le pantomime progressiste sono ridotte al silenzio, messe a tacere dall’assenza tangibile di un sistema europeo inconsistente anche dinanzi ad un’emergenza collettiva, si avverte l’anelito di una grande Comunità di Popoli accomunati da tradizioni millenarie che reclamano una visione in grado di coniugare il valore delle identità nazionali con le sfide sociali da cui bisognerà ripartire, più forti e determinati dopo questa esperienza di sofferenza collettiva,per disegnare un modello diverso di Europa, federata o unita che la si voglia ma libera dai lacci di interessi e poteri al soldo delle dittature finanziarie .
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