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Coronavirus e scenari post-bellici: parallelismi e differenze

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Coronavirus e scenari post-bellici: parallelismi e differenze

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di Bruno Caracciolo – “Siamo di fronte ad una crisi senza precedenti, come ai tempi della guerra”. Quante volte, negli ultimi giorni, in tv o sui social, abbiamo sentito queste parole. Ma siamo proprio sicuri che sia così? Dovremmo davvero prepararci ad affrontare uno scenario post-bellico? Facciamo un po’ di chiarezza.
Innanzitutto, partendo dai punti di contatto tra l’attuale scenario e quello che ha caratterizzato il secondo dopoguerra. Al giorno d’oggi, siamo in balia di uno shock globale che ha colpito tantissimi paesi determinando una crisi delle catene del valore (filiere produttive) che, normalmente, si estendono oltre i confini nazionali. Ambedue i casi (pandemia e scontro bellico) portano inevitabilmente ad una crisi che colpisce sia la domanda che l’offerta. Difatti, come possiamo notare, il cosiddetto “lockdown” ha comportato la chiusura del sistema produttivo nazionale – pressoché nella sua totalità – con una probabile crisi di liquidità soprattutto per le PMI italiane. D’altronde, la domanda di beni e servizi è stata decimata dalla mancanza di reddito determinando un problema di potere d’acquisto delle famiglie.
Fatte le dovute premesse risulta necessario fare delle precisazioni. A differenza di uno scenario post-bellico, la crisi sanitaria non ha comportato né comporterà la distruzione di “capitale fisico” (abbattimento di fabbriche e connesse infrastrutture) e, pertanto, i tempi della ripresa potrebbero inevitabilmente risultare più serrati. Una seconda differenza è data dal fatto che in guerra si perde una parte di forza lavoro poiché sacrificata ed impiegata per fronteggiare le vicende belliche.
Focalizzandoci sul presente una domanda sorge spontanea. Quali sono gli strumenti con i quali affronteremo una crisi di tali proporzioni? Alcune avvisaglie, purtroppo, già si intravedono. I paesi del Nord Europa (Germania, Olanda, Austria) non hanno fatto mistero della loro contrarietà alla mutualizzazione del debito, tramite l’emissione dei famosi “Coronabond”. Dall’altro lato, altri paesi – tra cui spiccano Italia e Spagna – spingono affinché si arrivi ad una soluzione condivisa per l’intera Area Euro. Quale posizione passerà? La storia recente ci ha dimostrato come, all’interno dell’UE, non ci sia molto spazio per la solidarietà tra i paesi (vedi ad esempio il caso Grecia). Ultimo cenno riguarda la decisione della BoE (Bank of England) di finanziare temporaneamente le spese del governo britannico, attraverso la cosiddetta “monetizzazione del deficit”. Secondo quanto riportato dal Financial Times, la Gran Bretagna sarà il primo paese a finanziare monetariamente l’indebitamento per avere i fondi necessari ad affrontare la crisi sanitaria pur trattandosi, tuttavia, di una decisione “temporary and short-term”. Un tale tipo di intervento nel nostro ordinamento economico sarebbe impossibile, in quanto lo statuto della BCE vieta espressamente l’intervento monetario volto a finanziare l’indebitamento dei vari paesi. Basterà questa crisi sanitaria senza precedenti a far cadere qualche tabù anche tra i nostri governanti?
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