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Il fascino discreto della distopia

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Il fascino discreto della distopia

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di  Giulio Virduci – Il futuro è figo. Al futuro non importa nulla dei calcoli, delle certezze, dei valori. Il futuro fa un po’ come gli pare.Il futuro può farti paura oppure tranquillizzarti. Ma non segue i tuoi sentimenti. Non è di certo restio ad illuderti/ deluderti.Il futuro ce lo possiamo immaginare brutto o bello. Come nel vecchio discorso del “bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto”, ciò può dipendere dalla nostra indole ottimistica.Ma, sorpresa, il futuro nell’universo narrativo ci piace brutto. CI piace il genere distopico per qualche motivo. Ma “quale è il motivo?”, mi sono chiesto
Un breve excursus sulla etimologia innanzitutto: “Distopia”, in sé, è un termine non originale, nato come contrasto al ben più antico termine “Utopia”. Lo stesso prefisso “dis” ne indica una aberrazione, una alterazione dal funzionamento difettoso. Non ne è l’esatto contrario però: per quello c’è il termine anti-utopia, la quale differisce dalla Distopia in quanto la ha un chiaro obiettivo di confutare una idea utopica, mentre la distopia punta il dito contro la degenerazione di tendenze, costumi o ideali già presenti nella società contemporanea. Cyberbullismo, razzismo, pigrizia dilagante, fake news e psicosi, giusto per prendere alcuni esempi (l’ultimo particolarmente recente), sono l’humus ideale alla proliferazione del genere.
La linea di demarcazione tra distopia ed anti-utopia è quindi sottile, così sottile, da non impedire di poterle raccogliere sotto l’ombrello delle “distopie”.Non me la sento di accomunare a questi anche il genere post-apocalittico, il quale spesso e volentieri cede alla tentazione della “regressione” a tempi passati, quando non proprio trapassati (per noi nati nei primi anni ’80 sarebbe impossibile ora non ricordare “Ken il Guerriero”).
Il tema distopico nella letteratura ha avuto la sua età dell’oro nella prima metà del XIX secolo quando alcuni celeberrimi romanzi quale “Il Mondo Nuovo”, “Il Padrone del Mondo” oppure “1984” venivano pubblicati (per lo più in Inghilterra).Da qui, vista la presa sul grande pubblico,la distopia è divenuta il soggetto anche per altre forme d’arte e comunicazione, quali film, fumetti e serie televisive.Basta solo concentrarsi velocemente per richiamare alla mente almeno una mezza dozzina di titoli così su due piedi… vero?
Ma torniamo alla domanda di cui sopra: quali sono i motivi per cui la distopia esercita un fascino così magnetico?
Denuncia di una tendenza, o di un costume, oppure ancora di una prassi. Una tendenza che prende piede nei tempi presenti, la quale viene esagerata e portata alle sue estreme conseguenze in un universo narrativo ambientato nel futuro per “illuminare le coscienze”. Una sorta di monito che riguarda qualcosa che al momento può sembrare innocuo, ma che è pronto a stravolgere la vita civile.Una presa di posizione politica, un fenomeno di costume, una consuetudine che sta divenendo prassi: nella distopia di questi le conseguenze di queste vengono volutamente esagerate, magari facendo intendere che il processo che ha portato a ciò è stato graduale;o, peggio ancora,di fronte al silenzio e dalla indifferenza della società civile. Ed ecco che il timore per quello che può accadere nel futuro può addirittura superare il dolore per eventi narratici dalla memoria storica. Quello che potremmo verosimilmente vivere sarà peggiore di quello che l’umanità ha già sperimentato. È questo che spinge il messaggio moralizzante di fondo più comune della distopia: “datti una mossa a cambiare le cose, prima che sia troppo tardi!”
La Tecnofobia: la paura delle nuove tecnologie. Per meglio dire, la paura di quanto l’uomo possa nuocere a sé stesso ed agli altri con le nuove tecnologie (Black Mirror, la fortunata serie TV Netflix, ne è un ottimo esempio). Facendo attenzione a non cadere in un altro campo (la fantascienza), quello che contribuisce (consapevolmente o meno) a nutrire la paura qui è la“Singolarità tecnologica”: ossia la teoria secondo la quale il tasso di innovazione, crescendo esponenzialmente, arriverà ad un punto in cui l’essere umano non sarà più in grado di comprenderla appieno. La “Fine del mito del progresso” non è nulla di nuovo. Anzi, è un tema ciclico di qualsiasi generazione già dagli anni dell’ultima rivoluzione industriale.Ad essa si sono aggiunti in tempi recenti il concetto di privacy, di invasività della tecnologia, di intossicazione (social) e conseguente alienazione (sociale).
Avrete fatto sicuramente caso, al fatto che, nell’opera distopica, uno dei tratti principali è la scarsa umanità: il cittadino futuro è dipinto, spesso e volentieri, come un essere poco più empatico di un automa. Il concetto della “retrospettiva rosea”viene ribaltato al futuro. Così come i tempi della nostra infanzia, bias molto più comune di quanto si possa pensare, ci fanno ricordare quel mondo migliore di quanto in realtà non fosse, il racconto di un futuro in cui quei “valori” sono andati perduti viene percepito come una sua naturale conseguenza. Il lettore/spettatore è, dunque, messo nella strana condizione di “avere nostalgia del presente”.
La Spannung, ovvero il momento di maggior tensione, il colpo di scena. Più banalmente, la suspense che un racconto può incutere nel lettore/spettatore. Perché non solo la distopia è un mezzo di “denuncia sociale”, ma ha anche in sé una forte tensione narrativa che acchiappa il lettore. Il pericolo dipinto in una finzione distopica è sempre realistico. Ciò porta ad una più forte e naturale immedesimazione. D’altronde, la narrazione distopica, per sua stessa natura, deve alludere al presente. Alzi la mano chi, nelle scorse settimane, non ha pensato a film come “Contagion”, “Virus letale”, “28 giorni dopo”…
Immedesimazione che tocca un altro tasto al quale siamo tutti, a vari livelli, deboli: quello del ribelle romantico. Ci piace lottare per un ideale. Ci piace prendere parte (molte volte “solidarizzando”, che è la cosa più facile…) a delle battaglie sociali per la libertà, uguaglianza o altri nobili valori. Beh, almeno ci piace pensare che lo stiamo facendo. Il protagonista della distopia, a tema politico e non solo, è sempre impegnato a difendere quegli ideali di cui sopra. Da qui una spontanea simpatia per le sorti di chi, fortunato lui, gode di questo privilegio.
Quello su cui la fortuna della distopia poggia è anche il fascino del cinismo, il quale non è presente solo nel comportamento dei personaggi, ma anche nel messaggio di fondo. La narrazione distopica è, per sé, un commento cinico della società presente, odierna. E l’indole dell’uomo comune nella finzione distopica è non solo cinica, ma, e non mancano certo gli esempi, violenta e sadica. Calcarne le tinte, esagerarne gli aspetti che intimoriscono per farne uno strumento di denuncia, ha sempre costituito il volano di questo genere. Proprio come in una caricatura, la critica passa dall’aspetto grottesco.
La distopia ha anche un rovescio della medaglia, o come lo si vuole chiamare. La sua funzione di denuncia può essere letta in diverse chiavi. A volte è ambigua, fumosa. Come con un oroscopo, può cambiare il significato a seconda di chi ne usufruisce: ne sono un esempio quei circoli di complottari, “menti consapevoli”, e varia umanità, che riempiono i social di citazioni ed immagini estrapolate (decontestualizzandole, ça va sans dire) da “V per Vendetta” e “Matrix”.
Troppo poca cosa per non amarla, comunque!
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