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Scuola e coronavirus: quanto contano i bambini?

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Scuola e coronavirus: quanto contano i bambini?

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L’errore più grave sarebbe quello di immaginare una scuola senza chiedere ai bambini cosa è per loro veramente, ciò considerando solo un pezzetto del loro benessere (non prendersi un virus) e tenendo più alle nostre idee e timori
di Pier Paolo Gobbi* – Mentre si ragiona su come riprendere la scuola, bisogna farsela questa domanda per non sbagliare.
È l’errore più grave sarebbe quello di immaginare una scuola senza chiedere ai bambini cosa è per loro veramente, ciò considerando solo un pezzetto del loro benessere (non prendersi un virus) e tenendo più alle nostre idee, progetti, visioni di apprendimenti virtuali, timori.
Sono tutti legittimi, ma a volte teniamo a loro più che alla loro vita reale, più che a loro.
Chi è un bambino a scuola e senza scuola?
Ho letto una bella riflessione di un insegnante di scuola primaria, che pone questioni importanti e la condivido con voi:
Il 15 aprile i bambini danesi sono tornati a scuola. I danesi non hanno i superpoteri, hanno i cortili.
Fanno scuola all’aperto, con la giacca e la sciarpa.
In una sola mossa portano avanti l’imprescindibile necessità dei bambini di avere relazioni sociali con i compagni e con le maestre (e i maestri), di stare all’aria aperta per catturare vitamina D (e altre cosucce) e di rafforzare le loro difese immunitarie.
Preservandoli, tra l’altro, dal forte rischio di sviluppo di fobie che saranno difficili da sradicare.
Noi invece, con estrema lungimiranza li costringiamo in casa da due mesi e più, gridando al complotto quando si apre uno spiraglio a chi volesse fare quattro passi con i più piccoli.
Del resto quanti genitori, scegliendo la scuola per il proprio figlio, si preoccupano di verificare che nella scuola vi sia un cortile e di chiedere agli insegnanti: “Quante ore al giorno fate trascorrere ai bambini in cortile?”. Pressoché nessuno. Poi però vogliamo il cibo “bio” alla mensa, perché è sano.
Noi, oltre a non avere prospettive di tornarci entro la fine dell’anno scolastico, apparentemente non abbiamo nemmeno un piano per quando sarà il momento di farlo, né ce ne preoccupiamo.
Non sono qui ad oppormi alla scelta di non rientrare quest’anno, non è una scelta di mia competenza.
Sono qui invece a porre legittime domande su ciò che è di mia competenza: il benessere dei bambini e dei ragazzi, “dei nostri studenti” come li chiama la Ministra.
Mi piacerebbe sapere se nella tanto citata “task force” vi siano psicologi e psichiatri infantili (e non solo).
Mi piacerebbe sapere se hanno considerato quali effetti collaterali porterà con sé l’isolamento sociale.
Davvero volete farmi credere che nei prossimi mesi nessuno di coloro che sono costretti all’isolamento sociale svilupperà un disturbo post traumatico da stress?
Davvero nessuno svilupperà disturbi ossessivi compulsivi riguardo l’igiene personale? Nessuno soffrirà di disturbi di ansia, o peggio di attacchi di panico, nel tentativo di uscire di casa con la paura di ritrovarsi in luoghi affollati?
Qualcuno ha mai sentito parlare di depressione infantile?
Degli effetti che l’isolamento sociale può provocare in un adolescente espiantato dal suo mondo, in cui magari si era inserito con tanta fatica?
Davvero siete convinti che la “didattica a distanza” (e non chiamatela “della vicinanza”, perché siamo tutt’altro che vicini) possa sanare queste ferite?
Quello che sta accadendo è il più grande e colossale fallimento della scuola pubblica, il più grande fallimento del diritto all’istruzione di ciascun bambino.
Perché stacci tu, cara Ministra, ad ascoltare la tua maestra dal cellulare di tuo zio con lo schermo rotto, mentre ti attacchi alla connessione del vicino, il cane abbaia, tuo fratello piange e tua mamma passa l’aspirapolvere.
Mentre invece un tuo amico, che ha avuto la fortuna di nascere dal lato giusto dell’emisfero, la ascolta dallo schermo al plasma della sua sala con l’home theatre e la colf che gli prepara la merenda.
E poi dimmi se stiamo rispettando il diritto all’istruzione di ciascuno. Sono tutta orecchie. (N.B.: Passaggio rabbioso della lettera).
Credo che finita l’emergenza gli insegnanti si troveranno ancora una volta a fronteggiare una situazione per la quale nella maggior parte dei casi non saranno preparati e non avranno le competenze.
Si troveranno tra le mani bambini e ragazzi feriti, profondamente feriti, e non avranno le attrezzature giuste per curarli.
Siamo sicuri che la “task force” terrà conto della necessità di prevedere per ogni scuola almeno un professionista (parlo di uno psicologo scolastico, che in Italia non è previsto!) che a titolo gratuito (N.B.: a spese dello Stato) riaccompagni bambini e genitori a riprendere la loro vita e le loro abitudini?
Ho come l’impressione che nessuno ne stia tenendo conto.
Ho come l’impressione che ci siamo assicurati che i fumatori avessero le sigarette, che i cani potessero fare pipì all’aria aperta, che le massaie avessero lievito e farina a volontà, che i personal trainer arrivassero con la fibra in casa di tutti.
Ma nessuno si è preoccupato delle ossa e dei muscoli dei più piccoli, che saranno fragili. Nessuno ha pensato che 55 giorni (che poi saranno di più) sono un arco enorme della vita di un bambino.
Nessuno ha pensato che ci saranno genitori terrorizzati dall’idea di fare uscire i propri figli e allora continueranno a tenerli in casa e ci sarà chi ne uscirà frantumato, magari avendo pure perso qualche nonno senza la possibilità di averne vissuto il lutto.
E allora il giorno in cui troveranno la forza di uscire (o quando saranno costretti a farlo) chi gli spiegherà che la vita non va vissuta chiusi in casa, all’ombra della morte?
La maestra?
Non lo so, se dovrò farlo io spero solo di poterlo fare tenendoli tra le braccia.
Se avete avuto la pazienza di leggere fin qui beh, vorrei dirvi che ciò non significa che sarebbe sicuramente giusto tornare a scuola domani, ma che sono convinta che la “task force” debba avere ben presente che il Paese si troverà di fronte a un’emergenza sanitaria ancora più grave e catastrofica di quella in atto e che, se non curata per tempo, avrà come risultato una generazione di futuri adulti terrorizzati dall’idea che l’altro sia un loro potenziale nemico e che dall’asfalto spuntino virus che si attaccano alle suole delle scarpe.
La lettera di una maestra al Governo:
“I bambini danesi tornano a scuola, noi non abbiamo piani”.
Con affetto, una maestra qualsiasi, che prima del virus portava i bambini per strada e li faceva scrivere appoggiati sui muri”.
P.S. Ovviamente tutto ciò dà per scontato il fatto che i suddetti alunni siano sopravvissuti alla fame, perché è vero che il più grande Uomo della storia ha detto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”, ma ha usato quell’avverbio ‘solo’, che implica che il pane abbia pur sempre la sua parte.
E con 600 euro e le tasse invariate da pagare, cara “task force”, ben più del 5% dei mie alunni ne uscirà anche malnutrito (e non insegno in Africa, ma ben “più a nord di Firenze”!).
* Psicologo presso lo Studio di psicologia Kairos di Verona
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