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Esattamente 100 anni fa, nasceva la Costituzione più bella della storia

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Esattamente 100 anni fa, nasceva la Costituzione più bella della storia

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“Tre sono le credenze religiose collocate sopra tutte le altre nella università dei Comuni giurati: la vita è bella, e degna che severamente e magnificamente la viva l’uomo rifatto intiero dalla libertà; l’uomo intiero è colui che sa ogni giorno inventare la sua propria virtù per ogni giorno offrire ai suoi fratelli un nuovo dono; il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, se sia bene eseguito, tende alla bellezza e orna il mondo.”

 

di Giulio Virduci – Un giudizio di valore non può che essere personale, certo. Ma sfido chiunque a leggere il testo originale di quello che fu forse l’esperimento costituzionale più audace del XX secolo e non rimaner affascinato, appunto, della sua bellezza. Bella perché più “democratica” (nel senso di vero “governo di Popolo”), perché più garantista dei diritti, perché più sofisticata ed elegante, perché più attenta all’uomo che al cittadino. E, soprattutto, bella perché esalta il bello.
Un breve cenno storico innanzitutto. La città di Fiume (oggi Rijeka, Croazia), in seguito al dissolvimento dell’Impero Austro-Ungarico, nonostante le iniziali promesse fatte allo Stato Italiano alla vigilia dell’entrata in guerra, fu dichiarata Città libera. Nel 1919, le truppe volontarie del Poeta-Soldato Gabriele D’Annunzio, 2600 uomini, perlopiù veterani della Grande Guerra, una schiera eterogenea di volontari dai più disparati background culturali, sociali e politici, entravano militarmente nella Città. Come primo passo, fu dichiarata l’annessione al Regno d’Italia. Ahilóro, l’amore non era corrisposto. Il Governo Italiano, preoccupato dell’impatto che questo atto di forza avrebbe avuto sulla Comunità Internazionale (nelle vesti della neonata “Società delle Nazioni”), non riconobbe l’annessione. Al contrario, inviò l’esercito ad occupare le linee di rifornimento verso quel lembo di territorio tra i Balcani e lo stivale.
Onde uscire da questa impasse, ed ottenere (negli intenti dei propugnatori) una sorta di riconoscimento internazionale, l’8 settembre 1920 fu proclamata dallo stesso D’Annunzio, di fronte una folla festante (come sarebbe stato in auge per qualche altro decennio) la nascita della Reggenza Italiana del Carnaro. Ora, non vi inganni quanto segue, lo Stato non fu altro che una dittatura, almeno dal punto di vista squisitamente politico. Ma di quella sciagurata, grottesca e pretenziosa esperienza ci resta, quantomeno, quella perla di diritto costituzionale e filosofia politica che ne fu la Costituzione: la Carta del Carnaro.
La Carta non prevedeva alcuna discriminazione di sorta. Tutti erano uguali davanti alla legge. Essa garantiva la piena libertà alla cittadinanza sovrana, senza divario di sesso, di stirpe, di lingua, di classe, di religione. Senza distinzione di sesso: La Carta garantiva il diritto di voto (attivo e passivo) alle donne, quando le grandi “potenze democratiche” (salvo pochissime eccezioni) erano ancora lungi dal fare questo passo. Veniva riconosciuto altresì il divorzio e la parità salariale fra uomini e donne. Senza distinzione di stirpe: tutti i cittadini appartenenti alle altre comunità che chiedano di far parte del nuovo Stato avevano diritto alla cittadinanza se richiesta in conformità alle leggi. Senza distinzione di lingua: le scuole pubbliche dovevano garantire l’insegnamento dei diversi idiomi parlati in tutta la Reggenza italiana del Carnaro. Senza distinzione di classe: l’istruzione e la salute venivano garantiti al cittadino a prescindere dalle sue capacità economiche. Senza distinzione di religione: perché ogni culto religioso è ammesso, è rispettato, e può edificare il suo tempio.
Ed ancora, le libertà fondamentali: di pensiero, di stampa, di riunione ed associazione. Un “welfare” ante-litteram, che difendeva gli invalidi, i pensionati, i disoccupati involontari. Un salario minimo garantito bastevole a ben vivere.
E la proprietà privata, centro dei più aspri dibattiti e scontri socio-politici? (Non dimenticate, siamo negli anni ‘20). La proprietà privata era giustificata solo dal lavoro, visto come unico titolo legittimo di dominio su qualsiasi mezzo di produzione e di scambio; si era quindi intitolati a possedere una proprietà solo nella misura che questa fosse sfruttata e “ben disposta”, fruttuosa sia per il singolo quanto per la collettività. Solo il lavoro è padrone della sostanza resa massimamente fruttuosa e massimamente profittevole all’economia generale.
Al lavoro veniva assegnata una “funzione sociale”: esso era il frutto della creatività del singolo a beneficio della comunità tutta. La negligenza di una proprietà era un torto alla città; una bruttura che inficiava l’estetica urbana. In quello che è forse il passaggio più celebre della Carta: il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, se sia bene eseguito, tende alla bellezza e orna il mondo.
L’istruzione pubblicail più efficace strumento di salute e di fortuna sopra l’insidia estranea(…); aroma contro le corruzioni (…); saldezza contro le deformazioni. Al netto della retorica, l’istruzione era considerata necessaria alla creazione del cittadino, e per questo vi era data un’enorme importanza. L’istruzione pubblica era garantita, in edifici dignitosi e liberi da emblemi politici o altri segni di confessione religiosa. Una scuola laica ed apolitica in cui la coscienza personale era tenuta in grande considerazione, tanto da accennare alla libertà per il singolo di fare la sua preghiera tacita.
Le corporazioni, ovvero il modo in cui era stratificato l’apparato produttivo della neonata Città-Stato. Esse erano delle associazioni che riunivano i lavoratori di un dato settore (ve n’erano dieci in tutto), i quali sedevano con pari dignità a prescindere dalla loro posizione: qualunque sia la specie del lavoro fornito di mano o d’ingegno, d’industria o d’arte, di ordinamento o di eseguimento, tutti sono per obbligo inscritti in una delle dieci Corporazioni.
Delle corporazioni colpisce soprattutto la decima. Riservata alle forze misteriose del popolo in travaglio ed in ascendimento; (…) consacrata al genio ignoto, all’apparizione dell’uomo novissimo, alle trasfigurazioni ideali delle opere e dei giorni, alla compiuta liberazione dello spirito sopra l’ansito pensoso ed il sudore di sangue. Una descrizione aulica e nebbiosa: un’idea concepita dagli ideali massoni (fortissima era l’impronta dei massoni nell’impresa fiumana. E molti i loro quattrini che hanno finanziato questa…) a simboleggiare la “fede nel progresso” ed una spinta propulsiva all’affinamento delle capacità intellettuali dell’uomo, con l’obiettivo di concretizzare un mondo, preconizzato decenni più tardi dal movimento transumanista, in cui le scoperte scientifiche, unitamente ad una nuova coscienza ed una nuova etica, avrebbe liberato la popolazione dal giogo della fatica. Appunto, il motto della decima corporazione, fu fatica senza fatica.
Che fine fece la Carta del Carnaro? Dopo soli cento giorni, in cui lo stato straordinario di continuo assedio non ne permise l’attuazione, essa, con l’esperimento politico della Reggenza, venne travolta dalle baionette dei bersaglieri.
Fiume ridiventava Città-libera per qualche altro anno, sino a che il Regime Fascista, più per il prestigio che per ragioni etniche o geopolitiche, decise di appropriarsene. Ma questa, è un’altra storia…
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