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L’era del progresso: una società di alienati

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L’era del progresso: una società di alienati

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Il progresso ci pone dinanzi al pericolo di un processo di alienazione, che svuota l’uomo interiormente, lasciandolo solo, privo di radici e di identità. Ma non bisogna scoraggiarsi: servono impegno, tempo e sacrificio.

 

di Valentina Caminiti – Osservando la situazione attuale, e riflettendo su le grandi sfide che caratterizzano questo periodo storico, notiamo che è fatto di grandi progressi tuttavia non sono accessibili a tutti. Processi che apportano dei cambiamenti repentini, ai quali l’uomo fa fatica a far fronte, sembra che tutto venga inghiottito in un grande “buco nero” che risucchia tutto in un vortice di confusione, fatto di ideologie e “verità” relative. Un processo di alienazione, che svuota l’uomo dal punto di vista interiore, lasciandolo solo, frammentato, privato delle sue radici, della sua identità, staccato completamente dalla dimensione spirituale di sé stesso, come essere spirituale.
Un essere che ha perso la consapevolezza della sua natura (materiale e spirituale insieme), e che si ripiega sempre più su stesso. Svuotato dunque, ma per essere “infarcito” di altri “valori” come l’esteriorità esasperata, l’economia e la brama di possesso, la ricerca spasmodica di cose sempre più alla moda e che conferiscano un “valore”, un buon livello di accettabilità imposto dalla cultura dominante. “Cultura” in cui non ci sono cardini, affinché tutto sia “cardine” e venga accettato come tale.
Tolto il divino, è stato posto l’Io, come centro di tutto. Ma un “io” anestetizzato affinché, inebriato da ciò che è raggiungibile, senza la “fatica del vivere”, del costruire, cerchi solo appagamento immediato, che innesta uno status di apparente pienezza, ma che in realtà é come un “supplizio di Tantalo”, poiché dà appagamento e poi annienta, piacere che poi danna. Un circolo vizioso, in cui la sensazione di piacere lo trasforma in un dipendente, in continua astinenza, che non può più farne a meno, annullando di fatto la sua libertà. Cosi sempre meno consapevole dell’inferno in cui si trova, stordito e sempre più debole, è incapace di venirne fuori da solo.
Di fronte a simili dinamiche, è comprensibile come la carenza di spiritualità profonda dispieghi uno scenario che si traduce in pessimismo, fatalismo e sfiducia. Di fronte ai grandi problemi, al dilagare di confusione e violenza, gli uomini non credono più che qualcosa possa cambiare e la speranza sembra morta.
In questo contesto, è facile scoraggiarsi e convincersi che tutto è andato perso, che è inutile “spendersi” senza avere un ritorno. Ciò ricorda per certi aspetti, l’esperienza che fece il giovane Curato d’Ars, mandato a fare il parroco in una piccola frazione francese. La località era considerata disagevole per l’assenza di strade e dalla moralità talmente malfamata da non meritare la presenza di un curato. La gente di quella zona era stata di fatto abbandonata a sé stessa, ognuno tirava a campare per come poteva, i benestanti chiusi nei palazzi a godere dei loro beni, e i poveri ad “avvinazzarsi” ogni tre e quattro, per rendere più sopportabile, la loro condizione. Per il forte senso di inadeguatezza, voleva scappare ma di fronte alle condizioni precarie di quella povera gente decise di rimanere e di rimboccarsi le maniche accompagnando ogni azione materiale e caritatevole con un supporto spirituale.
I frutti non arrivarono subito, richiesero tempo e sacrifici, ma col tempo quella zona iniziò a svilupparsi materialmente e spiritualmente a testimonianza che non si possono risollevare le sorti di un popolo, senza lottare, senza idee, valori, una cultura propria, identitaria accompagnata da sacrifici, dedizione e competenza.
(Fonte immagini: https://pixabay.com/ – Graehawk)
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