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L’uomo post-moderno: tra società virtuale e pandemia

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L’uomo post-moderno: tra società virtuale e pandemia

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L’uomo post-moderno è un animale smarrito, ansioso, proiettato sui bisogni materiali e bisognoso di sicurezze. Tutto ciò genera alienazione e un disagio che potrà essere sanato solo quando l’umano saprà incontrare nuovamente anche la sua dimensione spirituale.
di Valentina Caminiti – Non c’è maggior libertà che quella del lasciarsi guidare dalla ragionevolezza, che non è un freddo calcolo ma una visione onesta, allargata e perimetrata. Uno sguardo che comprende anche la propria parte spirituale, benché l’attuale società renda difficoltoso questo confronto poiché viviamo continuamente tesi solo su un elemento materiale. L’essere umano è molto “fisico” nel modo di relazionarsi ma la sua natura è binaria e complementare nelle sue dimensioni materiale e quella spirituale. La socievolezza umana, quindi, non può non tenere conto di questi due elementi fondamentali, esigenza messa ancora più in rilievo in questo periodo critico di pandemia e di distanze sociali.
I rapporti sociali, quindi fatte anche di affinità spirituali oltre che della materiale presenza, sta diventando sempre più difficile perché, nell’era in cui tutto ha un valore consumistico, diventa quasi impensabile non considerare una relazione in termini utilitaristici. L’uomo è ansioso, teso, proiettato sui bisogni materiali, ha bisogno di certezze, e vede come tali solo ciò che è tangibile, raggiungibile nell’immediatezza, addirittura “certificato” e comprovato da migliaia di recensioni e like sui social.
L’uomo post-moderno è un animale smarrito, bisognoso di sicurezze che cerca nel costante controllo di tutto, basta pensare al sistema di videosorveglianza per le abitazioni collegato tramite internet: un’applicazione apposita che riporta le immagini in tempo reale direttamente sullo smartphone. Stesso meccanismo lo si può osservare anche con i social. Essi danno un senso effimero di “continuità” nelle relazioni, vissute virtualmente, dove si sta perdendo anche l’uso del saluto in chat lasciando così la percezione che il “dialogo” sia sempre in corso o aperto.
I social, associati ai cellulari, danno anche un senso di “controllo”. Lo smartphone, infatti, ha inglobato in sé quasi tutti gli oggetti, prima distinti, che facevano parte dell’allestimento domestico, come il telefono fisso, l’orologio da parete, la sveglia, la torcia, la radio e altro. Questo implicava tutta una serie di attività, piccoli gesti apparentemente banali ma che “ricollegavano” la persona ai ritmi naturali, domestici e familiari. Potremmo dire che lo schermo sembra proiettare in una dimensione parallela e il cervello viene cosi “narcotizzato” dall’esposizione, che si dilata il tempo di utilizzo. Un rischio che oggi si amplifica anche con l’uso di nuove pratiche come lo smart working. Ciò annienta la reazione naturale di fronte a molti stimoli dal carattere più spirituale come, ad esempio, il pianto di un bambino nel caso di un contesto domestico e familiare.
Per questa sua caratteristica di “contenere tutto”, e di “raggiungere tutto” con un click, lo smartphone dà un senso di tranquillità, nonché la parvenza di avere tutto sotto controllo e tutto immediatamente raggiungibile e disponibile. In verità così non è. Questo essere costantemente proiettati in maniera virtuale solo su una dimensione materiale dell’esistenza, ha staccato l’essere umano dalla sua realtà integrale. Tutto ciò genera alienazione e un disagio che potrà essere sanato solo quando l’umano saprà incontrare nuovamente anche la sua dimensione spirituale.
(Foto di Gerd Altmann da Pixabay)
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